Il confronto genera conoscenza, libertà e democrazia. L'indifferenza e l'ignoranza generano corruzione e malgoverno. Il dogma e il pregiudizio ideologico generano integralismo e conflitti.
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giovedì 17 novembre 2011

IL BRUTTO ANATROCCOLO


Vi ricordate la fiaba di H. C. Andersen "Il brutto anatroccolo"? 
Bene, se non la ricordate è perché nessuno ve l’ha mai letta e mi dispiace per voi, potrebbe essere la prova palese che avete trascorso un'infanzia infelice, abbandonati dai vostri genitori davanti alle coglionate della TV.  
Comunque sia, la storia del brutto anatroccolo, biasimato e deriso dalla comunità di anatre starnazzanti in cui viveva, che poi da adulto scopre di essere un bellissimo cigno dal portamento regale, è la parafrasi della storia del cacciabombardiere leggero AMX Ghibli, progettato da un consorzio italo brasiliano verso la fine degli anni 70. La storia di questo aeroplano è stata travagliata sin dall'inizio, era del resto la prima volta che dopo la storia del Fiat G91 l'industria aeronautica italiana si cimentava su un progetto così complesso e in qualche modo audace.
Durante il quinto volo di collaudo del prototipo, dopo solo tre minuti dal decollo da Torino Caselle e carico di carburante, il pilota collaudatore Manlio Quarantelli, 57 anni, moglie e tre figli, pilota collaudatore con ottomila ore di volo alle spalle – un vero manico come si dice in gergo aviatorio -  per evitare  una strage controlla con coraggio e freddezza l'aereo entrato in avaria, riuscendo a scansare i fili dell'alta tensione, una cascina e la tangenziale di Torino colma di traffico. Mentre l'aereo spanciava contro un filare di alberi il pilota azionò il seggiolino eiettabile, la cui carica esplosiva lo scaraventò, dopo aver sfondato il plexiglass corazzato spesso tre centimetri, ad una ottantina di metri dalla carcassa dell' Amx che si era incendiato. Quarantelli morì pochi giorni dopo per le ustioni e le fratture riportate.
Negli anni successivi una volta che l’aereo era entrato nei reparti di volo, numerosi altri incidenti causarono la morte di altri piloti ed il conseguente intervento della onnisciente magistratura che portò al blocco dei voli di questo aereo e che avviò un'indagine contro Alenia (la società del Gruppo Finmeccanica che aveva assorbito il progetto Aermacchi-Aeritalia-Embraer) mandandone a giudizio alcuni dirigenti per inadempimento nella fornitura e per frode. Nel 2004 dopo un'ulteriore messa a terra del velivolo da parte della magistratura sarda, che ne aveva “identificato” anomalie strutturali, l’allora Sottosegretario alla Difesa Filippo Berselli, già over 60, passò la visita medico legale per compiere un volo dimostrativo su un AMX biposto presso il Reparto Sperimentale Volo di Vigna di Valle. Un atto simbolico, certamente, ma la storia dell’uomo ed il suo progresso è, per fortuna di tutti noi, piena di atti simbolici.
Eppure nonostante questi precedenti i piloti che ci hanno volato e ci volano sono soddisfatti della loro “macchina” di cui parlano con toni che sconfinano nell’affetto, confortati anche dai risultati della guerra contro la Serbia in cui gli AMX fecero la loro parte, sfuggendo a innumerevoli lanci di missili SAM serbi e riportando sempre a casa i piloti che, con il criticato aereo fecero la loro parte, colpendo con la dovuta precisione gli obiettivi assegnati; naturalmente nel più totale silenzio stampa e forse con il fastidio di alcuni.
La realtà è che questo aereo è stato costruito in Italia in meno di duecento esemplari, più o meno il numero degli F16 di preserie costruiti dalla General Dynamics che ne sfornò in seguito più di 5000 esemplari continuamente affinati e sviluppati, come è prassi dell’industria aeronautica. Gli F16 sono stati venduti in tutto il mondo e saranno ancora in linea per altri trent’anni, per inciso sono tuttora imbattuti in tutti gli innumerevoli scontri aerei e nelle azioni di attacco a cui hanno partecipato. Ma anche l'F16 - come del resto i Mirage, i MiG 29 ed i Sukhoi Su27 - ha avuto una gestazione difficile con un rateo di incidenti iniziali superiori a quello dell’AMX perché progettare un aereo militare e portarlo a livello di combat ready non è come costruire una lavatrice o un'utilitaria con lo stereo ed i sedili in finta pelle. Certo che se invece dei governicoli che si sono succeduti in italia dal 1977 ad oggi avessimo avuto un quinto (in termini qualitativi) dei governi francesi o americani, anche noi avremmo venduto i nostri AMX come noccioline, come loro hanno venduto i loro Mirage ed F16, facendo lavorare per decenni migliaia di tecnici e lavoratori super qualificati, rimpinguando le casse dello Stato e rafforzandone la politica estera.
Ma anche il brutto anatroccolo AMX, dopo tante peripezie ha assunto le sembianze di un cigno, nonostante la scia di polemiche sostenute dall’ignoranza su tutto ciò che è militare e che vola che caratterizza la stampa generalista nazionale. E’ una notizia solo apparentemente minore quella di due giorni fa e, poiché non tratta di calcio e di gossip, è “sfuggita” alla stampa “ufficiale”. 
 

Dal 7 novembre del 2009 ad oggi l’AMX si è riscattato alla grande, anzi, si riscatta quotidianamente, volando sopra l'Afghanistan all'interno del Task Group “Black Cats” della Joint Air Task Force (JATF) del Regional Command – West, adesso sotto il comando della Brigata Sassari.
In questo arco di tempo quello che era il  brutto anatroccolo AMX, vola continuamente e con successo sopra l'Afghanistan, riportando sempre i piloti a casa ed il carniere pieno di fotografie e rilevamenti sensoriali. Infatti in questo teatro la missione principale dei Black Cats è quella della ricognizione sensoriale, mentre quella di CAS (Close Air Support, in termini grevi: sparare da bassa quota sui “cattivi”) pur essendo possibile è considerata una soluzione estrema ed affidata al solo cannone Vulcan da 20 mm con cui sono comunque armati.
I Black Cats, basati su un dispositivo di quattro AMX condotti da piloti del 51° Stormo di Istrana, del 32° Stormo di Amendola e tenuti in efficienza dai  tecnici del  3° Reparto Manutenzione Velivoli con base a Treviso, hanno compiuto più di 1.500 sortite e ben 4.000 ore di volo con oltre 3.700 ricognizioni su vari siti producendo circa 41.000 fotografie digitali ad altissima risoluzione, tutte esaminate nei minimi particolari dagli occhi esperti degli analisti dell’intelligence e archiviate secondo complessi sistemi di ricerca. Infatti la caratteristica del POD AN/AAQ-28 Litening II di cui sono dotati, sviluppato negli USA dalla Northrop-Grumman su un progetto della Rafael israeliana, è quella di scattare in sequenza 24 fotografie multi banda al secondo e non filmati video, come per esempio quelli realizzati dai Predator, che permettono attraverso sofisticati algoritmi di individuare tracce altrimenti invisibili ad altri sistemi di ricognizione, calcolando anche le curve di livello dei territori sorvolati. Il POD Litening II può essere utilizzato anche come illuminatore per le così dette bombe intelligenti a guida laser e, soprattutto, permette di inviare in tempo reale le immagini alle truppe a terra di ISAF che le possono visualizzare su uno speciale computer portatile di cui sono dotate. L’importanza di questa complessa attività è ben conosciuta da reparti francesi, americani e naturalmente italiani che hanno evitato agguati e imboscate o di finire su trappole di IED grazie all'opera dei Black Cats. Anche numerosi ed ignari civili afghani hanno beneficiato di questa attività, evitando di saltare in aria sugli IED che gli insorgenti disseminano ad arte lungo le arterie afghane, senza curarsi troppo di chi per primo ci passa sopra.  

L’AMX è il velivolo perfetto per le così dette guerre asimmetriche: il suo motore è un turbo fan senza il post bruciatore e quindi ha una traccia IR bassa, consuma poco e può restare in volo per molto tempo senza necessità di rifornimento in volo, tra l’altro possibile. È maneggevole, buon incassatore, i sistemi di ricognizione e le armi da guerre stellari sono agganciate al velivolo e come tali facilmente revisionabili e sostituibili e la sua struttura meccanica è realizzata secondo criteri consolidati. I tecnici dell’Aeronautica Militare hanno imparato a conoscerlo e ne hanno sviluppato sul campo, nonostante i pochi esemplari costruiti, le possibilità e scoperto i limiti.  È un loro merito se i piloti sono riusciti a volare per 4000 ore con l’AMX nelle condizioni ambientali di un territorio come l'Afghanistan, senza incidenti o anomalie di rilievo. E’ il risultato dell'impegno e della professionalità di quell'Italia silenziosa ed efficiente che fa, così bene e senza applausi, il proprio dovere al punto tale che è riuscita a ridare la dignità del cigno (ma sarebbe più giusto dire dell’aquila) al vituperato brutto anatroccolo.





lunedì 29 agosto 2011

SOTTO IL CIELO DI BAKWA

 
Foto Leonardo Arenare

Sono le 2 di questa mattina del 3 agosto, ora afghana, le 23.30 in Italia del 2 agosto.  Sono sdraiato su una brandina da campo e guardo il cielo che sovrasta il deserto intorno a Bakwa. Un cielo incredibilmente luminoso, come ormai in Italia non è più possibile vedere per l’inquinamento atmosferico e luminoso. I ragazzi del 2° Plotone della XIV Compagnia Pantere del 186° Rgt. Paracadutisti dormono nelle brandine affiancate alla mia, oppure guardano il cielo come me, solo i due gunner di turno sono realmente svegli, alla ralla, e controllano il loro settore di tiro con le camere termiche. I due Lince ronfano sornioni, a bordo ci sono così tanti apparati che non è possibile spegnere il motore. Ci sono 32 gradi di temperatura, non c’è umidità, solo una brezza leggera. Intorno a noi, ma lontani, sono disseminati secondo schemi precisi, almeno altri 10 VTLM Lince e altrettanti pick up dell’Afghanistan National Army e alcuni altri dell’ANP, la polizia. 
 Foto Giuseppe Lami
Sopra di noi c’è un Predator della nostra Aeronautica Militare, invisibile e silenzioso, che fa la sentinella con le sue diavolerie elettroniche. Con i binocoli per la visione notturna si vede chiaramente il suo raggio laser che sembra generato dalle stelle e che scansiona il terreno. È una visione inquietante anche se è il nostro angelo custode.
Resterà in volo tutta la notte e ci accompagnerà durante l’attività di search; a centinaia di chilometri di distanza ad Herat almeno 4 uomini pilotano ed analizzano la moltitudine di dati raccolti da questo strano aereo senza pilota e sono pronti a riferire al nostro TOC ogni minimo cambiamento della situazione tattica intorno a noi.
Alle 4.30 l’intero dispositivo si mette in moto, dividendosi in due gruppi. Gli scherzi e l’allegria della notte all’addiaccio non ci sono più. Tutto funziona secondo schemi collaudati.  Il mio dispositivo raggiunge, muovendosi velocemente in fuoristrada,  il nostro primo obiettivo, un compound isolato. Lo scopo dell’operazione è raccogliere informazioni e individuare alcuni talebani che l’intelligence ritiene usino questi piccoli villaggi come base. In prossimità dell’obiettivo alcuni i Lince si allargano a ventaglio ed in pochi minuti il piccolo complesso di case è, come si dice nel linguaggio militare, cinturato. La grande distesa di questa valle è piatta come un biliardo, i tiratori scelti e gli uomini in ralla costituiscono uno sbarramento reale per chi vuole scappare dal villaggio o per chi vuole entrarci o solo avvicinarsi. Sono dentro un’operazione militare vera, i colpi in canna sono veri, il caldo è vero ed anche la tensione, che mette in circolo l’adrenalina, è vera; lo vedi dagli occhi di questi ragazzi, non battono le palpebre, sono ben aperti e si capisce che sanno bene ciò che sta accadendo. Sono il quinto passeggero del Lince e mi muovo letteralmente incollato al comandante il mio plotone, il maresciallo Gabriele Pinna, detto teschio; è un mezzofondista appena può si fa qualche chilometro di corsa, dentro la base, giusto per tenersi in forma! 
Abbiamo avuto un ordine tassativo  “…potete venire solo rispettando gli ordini dei comandanti a cui siete stati assegnati!”. Per me ed il mio collega Giuseppe Lami va benissimo, sappiamo che siamo i primi reporter civili ad essere qui e seguire un’operazione simile, ci riteniamo dei privilegiati. Poco distante da me c’è Leonardo Arenare, il combat-cam del Reggimento, ha la reflex ma anche il 70/90 e tutto il resto dell’armamentario di un fuciliere paracadutista, ma rispetto agli altri si muove con maggiore indipendenza. Cerco di imitarlo e pian piano il comandante del plotone mi lascia maggiore autonomia, si fida, ha visto che rispetto le regole basi di un’operazione militare. Quando c’è qualche cosa che non devo riprendere, per non offendere gli abitanti di questo piccolo angolo di mondo, mi lancia uno sguardo e fa passare la mano davanti alla gola: vuol dire taglia, lascia perdere. Tutto si svolge con grande calma, i rappresentanti dell’esercito e della polizia afghana sono loro che fanno le domande, sono loro che entrano nei locali, ma è comunque un’irruzione e può succedere di tutto. I nostri controllano, sono pronti ad intervenire. Con il comandante afghano c’è il suo mentor, è del San Marco, si lanciano spesso sguardi di intesa oppure parlano tra di loro a bassa voce, direttamente in inglese o con l’interprete, in mimetica anche lui ma senza stellette e patch, il viso è parzialmente coperto da una kefiah.
Andiamo avanti per ore, compound dopo compound. A metà giornata rientriamo alla base scortati da due Apache americani, siamo provati dalla fatica e dai 50° di temperatura esterna, dalla tensione e dalla complessità dell’operazione. Non è stato sparato neanche un colpo, non c’è stato nessun episodio sgradevole, gli afghani hanno arrestato alcuni presunti insorgenti e la nostra task force ha effettuato numerosi controlli biometrici e raccolto ulteriori informazioni. Una volta dentro la FOB Lavaredo la tensione è ormai calata, i ragazzi non perdono tempo, svuotano il Lince, rassettano armi ed equipaggiamento mentre i comandanti di plotone ed i comandanti di squadra vanno a rapporto dal giovane capitano Salvatore Piazza che comanda la compagnia. Io e il mio collega Giusepe Lami, che era nell’altra task force, raggiungiamo la nostra tenda e ci togliamo l’elmetto e la pesante vest con le piastre di protezione balistica. Poi, dopo una rapida visita al container delle docce ci mettiamo al lavoro, a Bakwa c’è una linea wifire satellitare, possiamo spedire foto e pubblicare questo post sulla front page di TNM.
Antonello Tiracchia*, Bakwa, FOB Lavaredo - 3 agosto 2011 
*Inviato di Tactical News Magazine in Afghanistan



Questi due post sono stati inseriti sulla front page di Tactical News Magazine rispettivamente il 3 agosto (commento) e 8 agosto (album fotografico) ed hanno totalizzato 18.188 visualizzazioni.

lunedì 22 agosto 2011

STORIE DA UN ALTRO MONDO

 La nostra è stata una nazione di migranti che una volta inseriti nella vita sociale dei paesi che gli hanno accolti hanno saputo ricambiare con dignità ed onore la fiducia e la possibilità per una vita migliore, come questo ragazzo italo americano, un vero Eroe negli USA. Non dovremmo dimenticarlo quando qualcuno alla frontiera ci chiede aiuto ed asilo
Questo post è tratto dal sito di TACTICAL NEWS MAGAZINE e racconta la storia del sergente paracadutista italo-americano Salvatore Giunta, di origine siciliana,  il primo soldato Usa vivente a ricevere la Medaglia d'Onore dalla fine della Guerra del Vietnam.


Durante un'intervista televisiva alla domanda che cosa aveva provato nel ricevere la decorazione dal Presidente degli Stati uniti ha detto: "...da una parte è un grande onore, ma dall'altra il pensiero va inevitabilmente ai compagni che non sono più in vita". 


Giunta, della 173a brigata aerotrasportata, ha ricevuto la decorazione per avere salvato la vita a diversi compagni feriti quando il suo plotone cadde in una imboscata dei Talebani nell'ottobre 2007 in Afghanistan. Iuna delle più violente battaglie nella valle di Korengal, è riuscito da solo a resistere ad un assalto di decine di talebani. 25 anni, americano con origini italiane, si è guadagnato la medaglia nella valle di Korengal, provincia di Kunar, Afghanistan. Un posto molto vicino all' Inferno, infestato dai talebani.

I FATTI
È la notte del 25 ottobre 2007. Giunta è su un crinale, in coda a una fila di parà. Avanzano con cautela, ma finiscono comunque in una trappola. Ben preparata. Gli insorti si sono disposti a L, una manovra che se è eseguita correttamente permette di spazzare via un plotone intero. E i talebani ci provano aprendo un fuoco intenso puntando sulla metà della fila. È il «muro di piombo»: una tattica per spezzare il reparto nemico e poter catturare i militari isolati. In pochi istanti cadono, feriti, gli uomini in testa. Il soldato Eckrode, i sergenti Erick Gallardo e Joshua Brennan, il medico Hugo Mendoza che spira, poco dopo, per un' emorragia. Piovono proiettili e granate. Un colpo raggiunge al petto Giunta, ma per fortuna il suo giubbotto in kevlar resiste.

Ammaccato, «Sal» si rimette in piedi, cerca di capire la situazione. Scorge più avanti i compagni sotto tiro, uno ha la mitragliatrice inceppata. Passano pochi secondi - «10 o 15 al massimo», dirà il sergente - e Giunta va al contrattacco. Con due parà avanza sparando per raggiungere Eckrode. Ci riesce. Lascia gli altri ad assistere il ferito e, da solo, prosegue verso una coppia di talebani. Si è accorto che stanno per trascinare via il sergente Joshua Brennan. Per Sal il compagno è più di un commilitone, è come un fratello. Non vuole lasciarlo nelle mani dei terroristi. Lancia l' ultima granata, svuota il caricatore. La carica disperata ha successo. Uccide un talebano e costringe alla fuga l' altro. Sal resta con Brennan in attesa dell' elicottero. Joshua chiede della morfina per placare il dolore. Giunta lo rincuora: «Presto sarai fuori di qua». Invece il sergente Brennan muore qualche ora più tardi. Quando, mesi dopo, Giunta descriverà la battaglia non parlerà da Rambo. «Non sono corso in mezzo ai proiettili per salvare un commilitone. Non ho fatto nulla di coraggioso o eroico. Volevo solo essere al suo fianco, nascondermi dietro la stessa roccia e sparare sul nemico». Sal - dicono gli istruttori - si è comportato nel modo giusto. Quando sei sotto il fuoco devi prendere la decisione migliore non per te ma per il team. Solo così puoi tirarti fuori dai guai e sopravvivere.



Giunta lo ha ripetuto ai suoi genitori, Steve e Rose: «La medaglia dovrebbe andare al soldato che era alla mia destra e a quello alla mia sinistra». Insieme al riconoscimento ufficiale, è arrivato ancora un grazie dalla madre e dal padre di Joshua Brennan. «Sal ha riportato casa il corpo di nostro figlio e abbiamo potuto celebrare un funerale con la bara aperta. Chissà cosa avrebbero potuto fare di lui i talebani...». Giunta è rientrato, dopo due turni afghani, alla base americana di Vicenza, dove vive con la moglie Jenny. E i ribelli sono tornati nella valle di Korengar: il Pentagono ha deciso di lasciare la regione dopo aver perso 40 soldati in cinque anni. Giunta, che è adesso dislocato a Vicenza, ha detto di non avere fatto niente di straordinario: "Tutti al mio posto avrebbero fatto la stessa cosa", afferma. "Sono forti le memorie delle persone con cui vorrei condividere questo onore - ha detto in una intervista via satellite da Vicenza - ma non avrò più questa opportunità perché non sono più in vita". La moglie Jenny, intervistata al suo fianco, ha detto di sperare che il marito "non sarà più dislocato in zona di combattimento perché non è facile vivere col pensiero del pericolo al quale la persona che ami è esposta". Dalla Guerra di Seccessione nel 1862 sono state assegnate solo 3.466 Medaglie d'Onore del Congresso. Il soldato cui viene conferita, a prescidere dal grado, ha il diritto di essere salutato militarmente per primo da tutti i generali e ammiragli e anche dallo stesso presidente, il comandante in capo delle Forze Armate.

venerdì 12 agosto 2011

I TIRATORI DI BAKWA

(Questo post è tratto dal diario Afghanistan Felix pubblicato sul sito di Facebook della rivista TACTICAL NEWS MAGAZINE tra il 16 luglio ed il 10 agosto 2011- Per gentile concessione dell'Editore)

   
foto: Giuseppe Lami

Scusate ma oggi sono sul polemico spinto, se siete buoni d’animo cambiate post! Innanzitutto io e Giuseppe siamo reduci da una scorta ad una colonna di oltre 200 mezzi che ha avuto come start line la nostra sveglia alle 4 di mattina a Bakwa e la end line alle 23 quando  abbiamo raggiunto  Farah e ci siamo buttati su una cosa polverosa  che qui chiamano branda. Ho perso inoltre i miei occhiali e le mie dita, leggiadre come hot dog, si ingarbugliano sulla  tastiera del note book il cui schermo è una cosa luminosa e annebbiata piena di polvere, come del resto tutto qui.  Chiaro?  Avete copiato il mike dello scenario odierno? Bene, allora procediamo  con il nostro diario.

La notte a Bakwa ti addormenti a pelle di leone per il caldo, la fatica ed i disagi (parlo naturalmente di me che sono, come dire, leggermente vintage) accompagnato dal suono di armi automatiche. Non ci fa caso nessuno ed anche noi ci siamo abituati.  Sono i militari afghani dell’ANA che hanno  il campo confinante con il nostro e nel dubbio, quando qualcosa non li convince, prima sparano...

 
foto: Leonardo Arenare
Quando  la situazione diventa più complessa ed il sofisticato sistema di difesa del campo lo ritiene  opportuno intervengono  i ragazzi del plotone mortai che sparano un colpo di 120. In questo caso anche se vuoi dormire e continuare a fare l’indifferente non ci riesci. La terra trema anticipata da un tonfo sordo come se fosse colpita da una locomotiva lasciata cadere da un centinaio di metri di altezza e dentro la tenda quintali di polvere,  annidati dovunque,  per il contraccolpo  si spandono per l’aria. Se il mortaio non basta scatta l’allarme e smadonnando ci si ritira dentro i rifugi. A quel punto, prima di sparare raffiche di mitragliatrici  di tutti i calibri, sulle altane arrivano i tiratori scelti. Il loro compito è quello di dissuadere con un tiro selettivo i “tango” nottambuli che approfittano della notte per spargere di IED la zona circostante la base. Questa massa variegata di delinquenti  comuni e di “illuminati dal verbo di Allah” sanno che  gli IED  sono la loro unica arma efficace per quanto vile e subdola.  Poveretti, vanno capiti! Tutte le volte che hanno provato  ad ingaggiare uno scontro diretto con i nostri  le hanno prese di santa ragione, scatenando urla di dolore  tra i loro sostenitori  italiani,  con cui hanno in comune il tumore del dogma e l’odio preconcetto per l’Occidente; ma di questo avremo occasione di scrivere nel dettaglio sulle pagine della rivista, adesso torniamo a Bakwa sotto un ipotetico attacco.

Per un raggio di diversi chilometri la zona che circonda la base è identificata da precisi target e settori di tiro. Sulla testa della  base un pallone frenato controlla con camere termiche e altre diavolerie elettroniche  alla star trek cosa succede.
 

Foto: Giuseppe Lami

I tiratori scelti, anche di notte, raggiungono  le loro postazioni  e identificati i loro bersagli  decidono di intervenire con il Barrett M107 cal. 12,7 (che botto ragazzi!)  o con il Sako .338 Lapua Magnum che sarà più “piccolino” ma anche lui mi dicono fa tanta “bua”.  Il puntatore traguarda il target (già identificato da una serie di rilevamenti precedenti)  e il tiratore spara, infilando i suoi copi in “sagome virtuali” che vanno dai 25x25 cm di ingombro in su, a seconda della distanza. Periodicamente  il team riverifica i target sul terreno sparando alcuni colpi. Se poi nel caso di un tentativo di disturbo o di allocazione di un IED  i “tango” dovessero insistere e non si fanno “intimidire” dai colpi di dissuasione  dei tiratori la situazione diventa “politicamente scorretta” ed il fuoco da selettivo  e intimidatorio diventa di neutralizzazione che è un modo “politicamente corretto” per dire che i nostri fanno la “bua finale” a quegli “eroici difensori della libertà" con grande dispiacere dei pacifinti nostrani!

Antonello Tiracchia*, Bakwa, Task Force South-East - agosto 2011 
*Inviato di Tactical News Magazine in Afghanistan

IL GIORNO DELLO SCIACALLO

Questo che segue è l'editoriale del n.7 della Rivista 
TACTICAL NEWS MAGAZINE attualmente in edicola


Ma che democrazia è quella dove alcuni parlamentari eletti con i voti di pochi cittadini ma pagati con lo stipendio di tutti - quindi di fatto nostri dipendenti  -  appena possono rimestano impunemente sulla morte dei nostri soldati per uno straccio di visibilità mediatica?
Mi riferisco in particolar modo a un politico italiano che ha fatto della legalità e della lotta contro il crimine la sua bandiera. Oggi ad Herat ho visto su SKY TG24 la sua esternazione a commento della morte del caporale maggiore paracadutista del Reggimento Nembo  David Tobini.
Il politico in questione ha detto:… che dobbiamo tornare a casa, andare via dall’Afghanistan perché la guerra è anticostituzionale!
Queste affermazioni non sono accettabili per vari motivi, soprattutto da un esponente del parlamento che per principio immaginiamo colto e leale. Innanzitutto in Afghanistan non c’è una guerra e la Costituzione della Repubblica Italiana prima di invocarla andrebbe letta; in particolare l’art. 11 dopo averlo sillabato con attenzione sino in fondo andrebbe anche capito.
L’ignoranza, nel senso di parlare di qualche cosa che si ignora, non è accettabile da un parlamentare visto che ha i mezzi per sopperire alla sua approssimazione, a meno che non sia strumentale, chiedendo informazioni precise al suo numeroso esercito di consulenti e portaborse, anche questi pagati da tutti noi. Se poi il parlamentare per un’infima manciata di voti rimesta sulla morte di un servitore della Repubblica, caduto mentre compie il proprio dovere, questo parlamentare è uno sciacallo. Non mi riferisco specificatamente al politico che ho citato come esempio, ma a tutti coloro che lo seguono in  questa squallida farsa mal camuffata da libertà di espressione democratica.
Chiedere unilateralmente il ritiro delle nostre Forze Armate dall’Afghanistan ogni volta che muore un nostro soldato è come chiedere lo scioglimento delle forze di polizia ogni qualvolta un loro esponente perde la vita ad opera della malavita; ma significherebbe anche uscire dal contesto internazionale dove la nostra credibilità è data in gran parte da ciò che fanno i nostri militari in Afghanistan e non certo dalle dichiarazioni di alcuni parlamentari nostrani a caccia di voti.

Il 25 luglio eravamo a Shindand, dormendo in tenda come tutti i nostri soldati presenti in quella base e ci siamo alzati all’alba per documentare un check point con l'11° Reggimento Bersaglieri. Trenta chilometri in tre ore, a bordo del Lince, per scortare un carico di materiale di costruzione destinato ad un posto di polizia a protezione del bazar di Shindand e poi due ore a 48° senza un filo d'ombra che non fosse la nostra, smerigliati da un vento rovente, poi altre tre ore di Lince per tornare indietro. Per me ed il mio collega Giuseppe Lami è stato certamente faticoso, anche i rischi erano (quasi) gli stessi dei bersaglieri dell’11°. C’è però una sostanziale differenza: noi siamo degli osservatori occasionali, loro, i nostri soldati, fanno questo tutti giorni su mandato del Parlamento!
Durante l’operazione abbiamo saputo di David Tobini, morto durante un combattimento a seguito di un’azione militare delle truppe afghane, a cui noi diamo supporto, per instaurare un regime di legalità in un paese per decenni privo di qualsiasi regime che non fosse violenza e sopruso.
Siamo quindi ripartiti la sera stessa con un convoglio di Lince scortati da due Freccia per essere presenti, dopo tre ore di Ring Road, all’apertura della camera ardente a Piazza Italia 150.
Per me e Giuseppe Lami è la seconda volta che partecipiamo, sempre qui ad Herat, ad una simile cerimonia in poco più di 6 mesi. È un'esperienza che lascia il segno anche a chi ne ha già molti, di segni. L'opinione pubblica - ma soprattutto la classe politica - dovrebbe prendere atto che i nostri soldati qui stanno facendo un lavoro fantastico sul piano della governance e di conseguenza anche sotto il profilo umanitario, ma stanno anche scompigliando le carte di innumerevoli gruppi armati che si contendono con la violenza e sistemi "mafiosi" il controllo del territorio. I soldati possono anche distribuire nutella e coperte ma la loro missione primaria è un'altra: peace keeping vuol dire che si deve porre fine ad una situazione conflittuale, quando questa sarà finita ci sarà la pace. La mission primaria dei soldati è proprio questa: conquistare la pace anche con l'uso delle armi, tutto il resto sono solo corollari e chiacchere da bar. Non riconoscerlo, non ammetterlo, non dirlo all’opinione pubblica o mimetizzarlo come un viaggio di anime pie della caritas con panettoni e magliette di lana è un'offesa alla memoria dei nostri militari che sono morti facendo il loro dovere su mandato del Parlamento ed è un'ignobile speculazione sul dolore dei famigliari. Se un’errata interpretazione del concetto di democrazia coincide con il politicamente corretto dei cacciatori di consensi elettorali alla maniera di alcuni nostri politici io voglio essere molto scorretto dicendo che i Funerali di Stato sono diventati una passerella delle vanità della classe politica e pertanto proporrei meno omelie politiche e più intime cerimonie militari, che piacciono ai soldati e questo è più che appagante, perché sono loro a morire! Poi vorrei che alle parole di circostanza seguissero fatti concreti! Perché è dopo i funerali - quando le porte della basilica si sono chiuse ed tecnici delle emittenti televisive sono da qualche altra parte a documentare ballerini sotto le stelle o partite di calcio - che si capisce quanto la classe politica ama e rispetta i propri soldati, in base a quanto fa per i famigliari in termini concreti, reali e duraturi nel tempo.
Nel frattempo i media di riferimento,  invece di interpretare i fatti in base al gruppo politico di appartenenza, iniziando ad informare sui fatti in quanto tali impedirebbero a molti esponenti del parlamento di fare meschine figure.
(Questa signora con il basco è la madre di David Tobini)
1° Caporal Maggiore David TOBINI Paracadutista del reggimento Nembo della Brigata Folgore, caduto in combattimento a Bala Mourghab (Afghanistan) il 25 luglio 2011: PRESENTE!
Antonello Tiracchia, Herat 26 luglio 2011
(Inviato di Tactical News Magazine in Afghanistan)

Postato su Facebook sul sito di Tactical News Magazine venerdì 12 agosto: 
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venerdì 1 luglio 2011

AFGHANISTAN FELIX_2

Questo post al 5 luglio è stato visto su TNM da 9.728 visitatori il 0,76% dei quali ha lasciato un commento.


Mi hanno regalato un paio di scarpe tattiche costose come delle Church che andarci a spasso da soli per le polverose strade afghane sarebbe come passeggiare per il rione Sanità di Napoli in t-shirt e con un Daytona d’oro al polso! Non ho il tempo di collaudarle, le userò e basta ma nello zaino mi porto le mie vecchie Timb (imbottite di batterie, cavi e smart card) già domate da una missione in Libano, due in Afghanistan, due in Kenya, una in Sudan, poi in Pakistan, Kosovo, Svalbard, Polonia e varie scorrazzate su carri armati, elicotteri, lince, C130, Pilatus e soprattutto molti aperitivi al Caffè dei Portici!
Prima di partire cerco sempre di fare il disinvolto: “è lavoro” mi dico, ma l’attenzione si concentra su oggetti ed azioni solo apparentemente minori, in realtà piene di significati rituali, quasi scaramantici. Le mie vecchie Timb sono una garanzia, mentre le ingrasso e le spazzolo in realtà le accarezzo, la realtà del cuoio logoro e del Vibram sgranulato mi aiuta a riflettere e mi da certezze perché come diceva Drieu la Rochelle ”bisogna aderire alla realtà delle cose”.  Per un soldato le scarpe sono dopo il fucile l’equipaggiamento più importante così come per un reporter dopo la telecamera o la macchina fotografica.
Il coraggio  risiede nei piedi, per entrambi; quando si sta fermi dove si deve stare oppure quando si scappa…
(da il diario "Afghanistan Felix" per Tactical News Magazine)

mercoledì 1 giugno 2011

L'EMOZIONE CHE NON SI RACCONTA

Il giorno della vigilia di Natale ero in Afghanistan ad Herat presso la sede del RCW quando è arrivato l'Airbus 319 CJ del 31°Stormo con a bordo il Presidente del Senato Renato Schifani, il sottosegretario alla Difesa on. Guido Crosetto, il generale di C.d'A. Giorgio Cornacchione, comandante del COI  ed un folto gruppo di giornalisti parlamentari. Nel gruppo c'era anche una signora che partecipava a quello che accadeva stando sempre defilata e che notai veniva fotografata con discrezione quasi furtiva e sempre da lontano da un fotoreporter che conoscevo, un tipo molto sveglio. Mi sono così incuriosito al punto tale da spingermi a fare qualche ripresa, per rispettare il principio che quando si è in missione si deve riprendere tutto ciò che stimola la curiosità o la fantasia. Ad un tratto un militare del Col Moschin, senza gradi e nominativo sulla mimetica, si è rapidamente avvicinato ed in modo piuttosto brusco e deciso, addirittura strattonando il mio pass, mi ha intimato di non riprendere. Pur non capendo il perché ho spento la telecamera e mi sono dedicato ad altre inquadrature, la cosa sembrava finita li. Poi il fotoreporter Daniel Papagni mi ha spiegato chi fosse quella signora ed ho capito così l'intervento dell'incursore del Col Moschin e devo confessare che mi sono sentito a disagio per quella che a tutti gli effetti era stata una inutile paparazzata che oltre tutto non aveva nulla a che vedere con il mio lavoro.
Il pomeriggio ho così scritto questo articolo e l'ho consegnato a Mirko Polisano che l'ha inviato via internet a Maria Clara Mussa direttore del  magazine Cybernaua che l'ha pubblicato il giorno di Natale del 2010.



La ''non notizia'' di Natale, ad Herat il 25 dicembre 2010.

Il presidente Schifani ha fatto un bel discorso ai reparti schierati nel Piazzale Italia150 nella cittadella di Camp Arena, ma la vera notizia di oggi, 24 dicembre del 2010 qui ad Herat non è stata la visita ufficiale del presidente del Senato ma una “non notizia”.
A bordo dell’aeroplano della presidenza del Senato c’era anche una giovane signora distinta, che ha fatto di tutto per passare inosservata, quasi protetta da un piccolo gruppo di militari e alti ufficiali che non l’ hanno mai lasciata sola.
Questa signora compiva una visita privata.
Era la madre di Alessandro Romani capitano del 9° Reggimento Incursori Paracadutisti Col Moschin, schierato qui in Afghanistan all’interno della task Force 45.
Alessandro Romani è caduto in combattimento il 17 settembre scorso e sua madre è voluta venire sino qui a visitare i luoghi dove suo figlio ha vissuto e poter conoscere i “ragazzi” con cui suo figlio ha condiviso i rischi e le emozioni che solo chi ha saputo fare certe scelte conosce.
Perché per quanto uno di questi “ragazzi” possa raccontare (ammesso che abbia voglia di farlo) ai propri genitori, alla propria donna o agli amici più intimi alcune delle storie vissute, sarà sempre un’esternazione parziale di un bagaglio di emozioni e sensazioni che rimangono nel profondo del cuore di chi le ha vissute e condivise.
Emozioni che solo in parte percepiamo, seppure a volte magistralmente raccontate, dalla letteratura o dal cinema.
Esattamente come il dolore di un genitore che perde un figlio.
Ho solo provato a immaginare la scena che si è svolta all’interno del piccolo compound di Task Force 45 e sono stato travolto da emozioni da me dolorosamente vissute, quando le parole di fronte a realtà che non si è preparati ad accettare si sciolgono nella gola e si trasformano in lacrime durante un furtivo abbraccio che racconta tutto quello che c’è da dire.
Mi capita spesso di pensare al capitano Romani che non ho mai conosciuto personalmente, ma di cui ho ben presente l’immagine che ha fatto il giro dei media e che rappresenta un giovane uomo, bello e dall’aspetto atletico e volitivo, fiero di essere quello che appare.
Un giovane uomo caduto in combattimento per seguire i suoi sogni, difficili da raccontare anche alla propria madre.
Perché noi siamo l’arco che scocca la freccia e viviamo nel presente ed i nostri figli sono come la freccia che vola verso il futuro; ma non sempre è così.
Antonello Tiracchia

venerdì 7 gennaio 2011

GUERRA, BUGIE E VIDEOTAPE

Appena sceso dall'EH101 della Marina Militare sul quale sta per imbarcarsi il gen. Petraeus-Fotografia di Giuseppe Lami

Mi sono portato in Afghanistan la mia copia de Il Grande Gioco di Peter Hopkirk, uno dei libri fondamentali per capire l'Afghanistan-Pakistan e il perché 137 mila soldati in rappresentanza di 48 nazioni sono qui ormai da quasi 10 anni.
Il fotoreporter Giuseppe Lami con cui, insieme a Daniel Papagni e Mirko Polisano, ho condiviso la tenda nel freddo della FOB di Bala Baluk, vedendo i miei tentativi di leggerlo assistito da una pila piazzata sulla testa e con le mani che reggevano il libro protette dai guanti che affioravano appena dal sacco a pelo,  mi disse che l'aveva letto ed era un bellissimo libro.
Un libro è uno strumento fantastico per rafforzare un'amicizia, soprattutto in una tenda in una base avanzata, bersaglio agognato per i razzi degli insorgenti e così incominciammo a raccontarci delle nostre recenti esperienze di viaggio nei paesi della confusione islamica, io dello Swat e lui del Balocistan, vicinissimo alla nostra tenda, poco più a sud-sud ovest, in Iran.
Fuori c'erano alcuni gradi sottozero e un warning per un altro probabile lancio di razzi contro la nostra FOB tenuta dai lagunari del reggimento Serenissima,  poco più grande di un campo di calcio e protetta più dall'imperizia trigonometrica dei bombaroli che da altri sofisticati sistemi guerreschi.
Rientrati a Farah con un convoglio di Lince siamo ripartiti per Herat a bordo di un elicottero Cougar dell'esercito spagnolo.
Sotto di noi, attraverso i grandi portelloni aperti, si vedevano scorrere le immagini del deserto afghano descritto da Hopkirk.  Evidenti come incisioni i solchi delle carovaniere, che per millenni hanno costituito la via di congiunzione tra l'Oriente estremo e l'Occidente mediterraneo, erano l'unica forma di antropizzazione ma ormai inglobata nel paesaggio naturale. Gurdando questo paesaggio fantastico ho intercettato il disappunto di Giuseppe Lami mentre indicava con uno sguardo i mitraglieri spagnoli, più attenti a controllare noi che il terreno sottostante. Tutti gli spagnoli presenti in Afghanistan hanno infatti ricevuto ordini severissimi di vietare l'utilizzo di telecamere e macchine fotografiche a bordo dei loro mezzi così come l'ordine tassativo di evitare qualsiasi possibilità di contatto armato con gli insorgenti, anche per aiutare gli alleati: se qualcuno si mette a sparare, chiunque sia, gas al massimo e strategia di fuga!

Giuseppe Lami mentre si imbarca sul Cougar spagnolo-Foto di Daniel Papagni/Cybernaua
Del resto sapevamo benissimo da esperienze precedenti che non è possibile fotografare, filmare o intervistare un militare spagnolo, ma che impedissero pure di filmare il paesaggio ci ha fatto proprio ridere.
Il motivo di questa censura di tipo  franchista è molto chiaro: i soldati spagnoli sono in Afghanistan ma in Spagna non ne parla nessuno, per il governo  Zapatero l'Afghanistan è un problema degli altri perché non vuole alienarsi l'integralismo di sinistra che, in quanto a pregiudizi dogmatici e intolleranza per la democrazia,  potrebbe tranquillamente fare coppia con l'integralismo islamico.
In Afghanistan i militari spagnoli sono circa 1600 concentrati per la maggior parte a Camp Arena ad Herat dove ha il suo quartier generale il Regional Command West la cui leadership è affidata al Generale di Brigata italiano Marcello Bellacicco della Julia e da cui dipendono circa 7600 uomini tra italiani, americani, albanesi, lituani, croati e... spagnoli.
Gli spagnoli dovrebbero mentorizzare i militari afghani  per metterli in condizione di controllare l'area di Badghis dove, al confine con il Turkmenistan, gli insorgenti operano con violenta efficienza ed invece coprono un ruolo totalmente marginale per rispettare i strettissimi caveat imposti dal Governo Zapateros, che impedisce loro non solo di partecipare ad azioni militari in sostegno degli alleati o degli afghani ma di dare loro supporto anche se richiesto e necessario e di colloquiare con la stampa soprattutto se italiana!


Il Generale di Brigata Marcello Bellacicco Comandante del RCW- Foto Daniel Papagni/Cybernaua

 

Gli italiani pur con caveat abbastanza ristretti sono entrati in azione più volte per tirare fuori dagli impicci   afghani,  americani  e... spagnoli! Con gli statunitensi in particolare ci scambiamo continuamente assistenza, come abbiamo potuto constatare di persona volando con elicotteri americani senza alcuna restrizione o filmando il generale David Petraeus il giorno di Natale scendere dal suo C130 e raggiungere Bakwa a bordo di un EH 101 della Marina Militare dal quale ero appena sceso, insieme ai miei colleghi e a bordo del quale avevamo fotografato e ripreso praticamente tutto!
I militari americani infatti sono totalmente disponibili nei confronti dei media praticamente da sempre, perché godono dell'appoggio incondizionato del Governo e della Nazione ma anche perché sanno che la loro opinione pubblica giustifica un errore, anche grave, ma non una bugia e la comunicazione se correttamente gestita diventa un pilastro della democrazia.
In parte questo vale anche per l'Italia.
Le nostre Forze Armate in pochi anni sono diventate molto più disponibili ed aperte nei confronti della stampa e dell'informazione e non solo verso quella ufficiale dei grandi editori.  
Da quando è stata sospesa la leva i militari italiano hanno scoperto di godere dell'appoggio della nazione che, in un sondaggio, pone proprio le Forze Armate al primo posto tra le istituzioni per efficienza e credibilità. 
Però a volte accadono episodi che confermano che qualche cosa nei rapporti tra Politica e Forze Armate non funziona ancora bene, come dimostra il modo un po' maldestro con cui è stata trattata sotto vari aspetti la vicenda del Caporal Maggiore Matteo Miotto  a cui aggiungo un piccolo episodio marginale che mi è accaduto durante la visita del Presidente del Senato Schifani a Herat lo scorso 24 dicembre. 
La sbianchettatura della bandiera con l'effige sabauda - comunque architettata - è una cosa miserevole, roba da minculpop o kgb e comunque sintomo di un'acerba conoscenza della comunicazione e di un mal digerito senso della democrazia: solo gli insicuri ed i deboli hanno paura della storia, che non può essere cancellata per motivi di falso pudore o tanto meno da aspettative di carriera. Io non so se il Caporale Miotto fosse monarchico oppure se ha steso la bandiera in onore del nonno, che ha fatto la guerra quando c'era il Regno d'Italia e a cui in qualche modo indirizza la sua bellissima lettera. Probabilmente facendolo ha sbagliato - ma non ho ancora capito come e perché - ma chi l'ha cancellata con il suo sbianchettatore digitale è più pericoloso per la democrazia del reperto storico esposto con gioia e soddisfazione da Matteo e non certo per offendere la Repubblica a cui ha giurato fedeltà e che nel servirla ha perso la vita. 
Herat 1 gennaio 2011 - Gli Alpini della Julia portano il feretro di Matteo Miotto sul C130 diretto a Roma-Fotografia di Daniel Papagni/Cybernaua
Come è morto Matteo? All'inizio si diceva colpito da un cecchino, poi durante un combattimento... Queste mezze bugie hanno incominciato a correre ed ora già si sente dire che sia stato ammazzato da fuoco italiano, dagli aerei americani, che si sia suicidato che... che....che.
All'asilo del corso di comunicazione si impara subito che la confusione e la mancanza di chiarezza generano sfiducia e rifiuto e mettono in allarme sul fatto che una credibilità decennale costruita sul continuo rispetto della verità  possa essere distrutta da una mezza bugia malgestita.
Scrivere di queste cose mi da un certo fastidio e preferisco ricordarmi delle lacrime che ho trattenuto con fatica quando ho visto il corpo di Matteo avvolto nel tricolore mentre veniva scaricato a braccia dal Black Hawk perché quello è stato il momento importante di tutta questa brutta storia, con la nostra bandiera e quella della base a mezzasta e le facce dei militari presenti, gente dura, con numerose missioni sulle spalle, con i visi tirati dalle lacrime trattenute. 
Questa storia della mezza verità o mezza bugia ha aumentato il dolore di tutti, anche di coloro che pur non accettando la guerra hanno un grande rispetto per coloro che liberamente si fanno carico di incombenze gravose, a testa alta, consapevoli di correre il rischio di pagare con la vita la fedeltà alle istituzioni e ai valori in cui credono.
Nascondersi dietro un dito è un atto di vigliaccheria, lontano dal concetto di democrazia e libertà che un giovane può esprimere anche esponendo la bandiera del nonno perché noi siamo il frutto della nostra storia, nel bene e nel male, che ci piaccia o meno.
L'altro episodio, marginale ma significativo del modo con cui il potere gestisce la comunicazione è di pochi giorni prima. 
Il 24 dicembre è giunto a Herat  il Presidente del Senato Schifani con un seguito di giornalisti politici.  Ha fatto a braccio un discorso che io ho trovato sincero e privo di retorica, poi ha tenuto una conferenza con gli stessi giornalisti al seguito parlando di tutte altre cose, questo secondo uno stile molto italiano che non riesco a capire:  quando i nostri rappresentanti istituzionali vanno all'estero in visita ufficiale parlano sempre delle beghe politiche nostrane, forse perché credono di essere ancora al centro del mondo o per dare più importanza alle loro parole!

Dopo la conferenza il presidente Schifani ha pranzato alla mensa della nostra base di Herat, seduto al tavolo del comandante e mangiando il cibo dei soldati, così come abbiamo visto fare tante volte  in tv a Clinton, Bush, Obama, Blair...
Mi è piaciuto tutto questo e così mi sono avvicinato al tavolo e ho chiesto al Presidente se potevo riprendere la scena, a mio avviso molto democratica e sicuramente vincente sotto il profilo della comunicazione. Schifani ha accettato ma non ho potuto fare la ripresa né ho potuto spiegare il perché la volessi fare. 
E' intervenuto il porta voce del Presidente che, in modi molto gentili, mi ha detto non gradiva che io facessi quella ripresa...
(Antonello Tiracchia)
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sabato 4 dicembre 2010

LA FUNZIONE DEI MENTORS



L'Afghanistan dei taliban che il mondo civile si è ripreso con le armi di Enduring Freedom, non era uno stato ma un territorio in balia di un'interpretazione restrittiva della shari'a, applicata con estrema crudeltà e che nella sua visione politica sostituiva qualsiasi altra forma di struttura amministrativa, giuridica, sociale e militare.


Subito dopo la loya jirga, la Grande Assemblea  delle tribù afghane, che portò alla formazione del governo provvisorio di Hamid Karzai, nacque la necessità di creare un corpo di polizia che, secondo i canoni dei Lander tedeschi, potesse riprendere il controllo amministrativo e giuridico delle province. L’organizzazione e l’addestramento di questo corpo di polizia infatti fu affidato sino al 2007 proprio alla Germania.

Ben presto risultò chiaro quanto una simile struttura fosse insufficiente a combattere tanto il narcotraffico quanto lo spietato terrore che gli insorgenti continuano tuttora a riservare a tutti coloro che ritengono rei di dialogare con gli infedeli. 
Gli insorgenti individuarono il punto debole dello schieramento del nuovo governo repubblicano proprio nella polizia di ordinamento tedesco, non adeguatamente preparata a condurre vere azioni militari, che dal gennaio 2007 al settembre del 2008 perse ben 1165 uomini, a confronto dei 420 del nascente esercito afghano.  

Era a quel punto evidente che l’unica strada per normalizzare il territorio e far rientrare al più presto a casa i contingenti della coalizione NATO era quella di accelerare la costituzione di un esercito efficiente e motivato, a cui delegare progressivamente le azioni militari ed un controllo reale del territorio e dei confini.
Impresa assai complicata.
La struttura sociale afghana è infatti basata da secoli su ferrei concetti di censo e casta, all’interno dei quali, per esempio, era praticamente improponibile che un Hazara potesse dare un ordine ad un Pashtun.
Forse anche per questo, nonostante una plurisecolare storia di guerre anche vittoriose ma sempre condotte a livello tribale, l'Afghanistan sino alla metà del secolo scorso non aveva un vero e proprio esercito nel senso istituzionale del termine.
Il primo ministro dell'epoca, Mohammad  Daoud Khan cognato del re Zahir Shah e come lui Pashtun, negli anni '50 si rivolse all'Unione Sovietica per la costituzione di un esercito afghano con lo scopo dichiarato di riconquistare militarmente i territori tribali pashtun rimasti all'interno dei confini del neocostituito Pakistan, disegnati nel 1947 dagli inglesi al momento della scissione con l'India.

Da quel momento l'esercito afghano divenne protagonista nella storia sociale e politica afghana che, dopo la sconfitta dell'Armata Rossa, ne ha seguito il travaglio per poi letteralmente evaporare nel corso del regime talebano.

In questo scenario si inserisce il progetto degli OMLT:
trasferire nel più breve tempo possibile il controllo del territorio dalle forze armate ISAF all'Afghanistan National Army (ANA), com'è stato ribadito nel corso dell'ultimo Summit della Nato a Lisbona, 19 e 20 novembre 2010. In questi due giorni è stato evidenziato come l'azione militare della coalizione in Afghanistan sia transitoria e propedeutica al trasferimento all'ANA delle necessarie competenze di controllo e gestione del territorio, portando a 170 mila elementi la consistenza delle forze armate afghane. Tutto questo rispettando le attuali quote etniche che prevedono il 44% di pashtun, il 31% di tagiki, l'11% di hazara, il 9% di uzbeki e il 5% di militari provenienti da altri gruppi minori.


In termini pratici significa insistere sull'organizzazione e l'addestramento di un esercito di 170 mila soldati che, rispettando la rappresentatività del popolo afghano, sia leale nei confronti del governo e in grado di condurre operazioni militari, inizialmente insieme alle forze armate occidentali e poi in totale autonomia.
La nascente forza afghana è stata così divisa in 5 Corpi d'Armata ognuno dei quali inserito in una delle 5 aree militari in cui è diviso L'Afghanistan.

L'Italia, che ad Herat ha il comando del settore occidentale (Regional Command-West) costituito da militari di una dozzina di nazioni, ha tra gli altri compiti quello di “mentorizzare” il 207° Corpo d'Armata Afghano. 
Ma cosa fanno esattamente i mentors italiani, quanti e soprattutto chi sono?
Il compito degli OMLT è quello di insegnare (teach), guidare (coach) e supervisionare (mentor) il personale dell’ANA nella pianificazione, organizzazione ed esecuzione sia delle attività addestrative che operative sul campo; il detto popolare "armiamoci e partite" in questo caso è diventato "ci stiamo armando per partire insieme".
Per questo i Mentors non solo affiancano i loro pari grado durante la fase addestrativa e gestionale, ma sono al loro fianco anche durante le azioni di combattimento sul campo.


Il colonnello degli Alpini Silvio Zagli è il comandante dell'OMLT del Regional Command West con base a Camp Stone, quaranta chilometri da Herat.
Alle sue dipendenze ci sono per il momento circa 300 soldati tra italiani, spagnoli e americani che, in base alla nuova strategia della NATO dovrebbero diventare 400 nei prossimi mesi.
Negli OMLT sono presenti militari di tutte le specialità dell'Esercito che, se dotati dei requisiti previsti, prima di partire devono seguire numerosi corsi di aggiornamento e formazione.
In Italia il compito di formazione dei mentors è demandato al Centro Addestramento Alpino di Aosta propedeutico ad un ulteriore periodo presso il Joint Multinationational Readiness Center di Hohenfels in Germania, dove si svolgono lezioni relative al Military Decision Making Process e attività pratiche sul campo quali convoy operation, search, hambush e altre tattiche di condotta.

Questa è la prima volta che le Forze Armate Italiane sono chiamate a svolgere un tale compito ed i nostri militari considerano questa esperienza esaltante ed unica nonostante l'impegno veramente gravoso ed i rischi a cui sono esposti.
L'attività operativa dei mentors non è certo facile, perché innanzitutto devono capire la mentalità dei soldati afghani senza peraltro tentare di modificarne tradizioni e usanze e soprattutto evitando di cadere in una facile contrapposizione tra il mondo occidentale e quello orientale.

Insieme al colonnello Pierpaolo Lamacchia, ufficiale addetto ai contatti con la stampa, ho avuto occasione di intervistare a Camp Stone il Generale Jalandar Sha Behnam comandante in capo del 207° Corpo d'Armata Afghano:
"Molti sono i cambiamenti, da quando sono incominciate le attività ISAF in Afghanistan...
...i Talebani erano una minaccia per il Governo e la società, ed il popolo non aveva diritti. ISAF ha aiutato il Parlamento ed il Governo, rafforzando la sicurezza nel Paese e incominciando a creare nel popolo una certa stabilità e fede nei propri diritti.
Il lavoro compiuto a fianco della Task Force italiana dà ottimi risultati: afghani ed italiani rappresentano un Team in cui le due componenti sono molto legate e affiatate.
Per noi inoltre è una cosa gratificante vedere come le varie etnie, Tagiki e Pashtun soprattutto, che prima si contrastavano, ora, nell'ANA, trovano il luogo d'incontro per contribuire alla crescita e al rafforzamento del proprio Paese".

Ho poi assistito ad un'esercitazione di un battaglione di artiglieria afghano mentorizzato dai militari italiani, ancora dotato di vecchi obici sovietici ed eterogeneo per quanto riguarda l'età dei suoi componenti ed il loro livello di preparazione e scolarizzazione.
E' stata un'esperienza molto positiva, direi quasi gratificante per il mio nazionalismo, vedere la professionalità e l'autorevolezza dei nostri militari all'opera nonostante le difficoltà ed il disagio di vivere per un anno lontano da casa all'interno di un campo militare in perenne stato di allarme affrontando problemi di tutti i generi,  compreso il problema della lingua: infatti tutte le comunicazioni verso gli afghani avvengono tramite un interprete che traduce dall'inglese al pashto o al dari perché non ci sono interpreti che conoscono l'italiano, per questo motivo tutti i nostri soldati hanno acquisito un'adeguata conoscenza dell'inglese, di fatto lingua ufficiale della Nato.
Inoltre gli armamenti afghani sono in gran parte ancora provenienti dagli arsenali sovietici e per quanto robusti ed essenziali sono ormai obsoleti e notevolmente diversi da quelli occidentali, anche nell'impiego e privi ormai di manualistica e pezzi di ricambio.

La 1a Brigata del 207° Corpo d'Armata afghano è stato il primo reparto addestrato dagli OMLT italiani ad ottenere la certificazione che rende la Brigata idonea ad operare in autonomia sia in termini di combattimento che di sostegno logistico.
Un grande successo per la NATO ma anche per l'Italia.
Proprio per questi risultati la NATO ha deciso di continuare a sostenere i notevoli costi economici relativi a questo progetto e di procrastinare al 2014 il ritiro del grosso delle truppe, ribadendo così il concetto che il compito delle truppe NATO non è di perseguire una vittoria militare sul campo quanto creare i parametri di sicurezza indispensabili per lo sviluppo economico e sociale.


Oltre ai mentors dell'Esercito in Afghanistan opera una task force della Guardia di Finanza, denominata Grifo, per la costituzione di una polizia di frontiera e un nutrito nucleo di Carabinieri che hanno sinora addestrato oltre 4000 membri della polizia afghana ricevendo per questo pubblici complimenti dallo stesso generale statunitense David H. Petraeus, comandante in capo di tutte le forze armate presenti in Afghanistan.

Dopo un anno di collaborazione,  tra i mentors ed i mentorizzati, si creano rapporti di stima e anche di amicizia rafforzati dal fatto che condividono insieme i rischi delle missioni sul campo.
Al momento in Afghanistan le forze armate e di polizia sono le uniche istituzioni presenti capillarmente su quasi tutto il territorio con compiti che travalicano quelli tipici dei militari.
La possibilità di far parte delle forze armate o della polizia è inoltre per i giovani afghani una grande possibilità di crescita sociale e di sicurezza economica. Anche su questi elementi si basa la strategia della coalizione.

La storia afghana ci insegna come la mitologia, nata nell'antichità per rispondere attraverso simboli universali ai perenni dubbi dell'uomo possa essere d'aiuto a ridisegnare il futuro di un popolo in difficoltà da troppi anni. 
Certo, tutto questo per l'Occidente significa accettare grandi costi finanziari e l'eventualità di perdere sul campo altre giovani vite di soldati; l'alternativa è l'indifferenza.

Antonello Tiracchia
(in redazione Francesca Vinciguerra)