"La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire." George Orwell
Il confronto genera conoscenza, libertà e democrazia. L'indifferenza e l'ignoranza generano corruzione e malgoverno. Il dogma e il pregiudizio ideologico generano integralismo e conflitti.
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sabato 13 agosto 2011
COSE CHE NON SI POSSONO COMPRARE
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venerdì 12 agosto 2011
IL GIORNO DELLO SCIACALLO
Questo che segue è l'editoriale del n.7 della Rivista
TACTICAL NEWS MAGAZINE attualmente in edicola
Ma che democrazia è quella dove alcuni parlamentari eletti con i voti di pochi cittadini ma pagati con lo stipendio di tutti - quindi di fatto nostri dipendenti - appena possono rimestano impunemente sulla morte dei nostri soldati per uno straccio di visibilità mediatica?
Mi riferisco in particolar modo a un politico italiano che ha fatto della legalità e della lotta contro il crimine la sua bandiera. Oggi ad Herat ho visto su SKY TG24 la sua esternazione a commento della morte del caporale maggiore paracadutista del Reggimento Nembo David Tobini.
Il politico in questione ha detto:… che dobbiamo tornare a casa, andare via dall’Afghanistan perché la guerra è anticostituzionale!
Queste affermazioni non sono accettabili per vari motivi, soprattutto da un esponente del parlamento che per principio immaginiamo colto e leale. Innanzitutto in Afghanistan non c’è una guerra e la Costituzione della Repubblica Italiana prima di invocarla andrebbe letta; in particolare l’art. 11 dopo averlo sillabato con attenzione sino in fondo andrebbe anche capito.
L’ignoranza, nel senso di parlare di qualche cosa che si ignora, non è accettabile da un parlamentare visto che ha i mezzi per sopperire alla sua approssimazione, a meno che non sia strumentale, chiedendo informazioni precise al suo numeroso esercito di consulenti e portaborse, anche questi pagati da tutti noi. Se poi il parlamentare per un’infima manciata di voti rimesta sulla morte di un servitore della Repubblica, caduto mentre compie il proprio dovere, questo parlamentare è uno sciacallo. Non mi riferisco specificatamente al politico che ho citato come esempio, ma a tutti coloro che lo seguono in questa squallida farsa mal camuffata da libertà di espressione democratica.
Chiedere unilateralmente il ritiro delle nostre Forze Armate dall’Afghanistan ogni volta che muore un nostro soldato è come chiedere lo scioglimento delle forze di polizia ogni qualvolta un loro esponente perde la vita ad opera della malavita; ma significherebbe anche uscire dal contesto internazionale dove la nostra credibilità è data in gran parte da ciò che fanno i nostri militari in Afghanistan e non certo dalle dichiarazioni di alcuni parlamentari nostrani a caccia di voti.
Il 25 luglio eravamo a Shindand, dormendo in tenda come tutti i nostri soldati presenti in quella base e ci siamo alzati all’alba per documentare un check point con l'11° Reggimento Bersaglieri. Trenta chilometri in tre ore, a bordo del Lince, per scortare un carico di materiale di costruzione destinato ad un posto di polizia a protezione del bazar di Shindand e poi due ore a 48° senza un filo d'ombra che non fosse la nostra, smerigliati da un vento rovente, poi altre tre ore di Lince per tornare indietro. Per me ed il mio collega Giuseppe Lami è stato certamente faticoso, anche i rischi erano (quasi) gli stessi dei bersaglieri dell’11°. C’è però una sostanziale differenza: noi siamo degli osservatori occasionali, loro, i nostri soldati, fanno questo tutti giorni su mandato del Parlamento!
Durante l’operazione abbiamo saputo di David Tobini, morto durante un combattimento a seguito di un’azione militare delle truppe afghane, a cui noi diamo supporto, per instaurare un regime di legalità in un paese per decenni privo di qualsiasi regime che non fosse violenza e sopruso.
Siamo quindi ripartiti la sera stessa con un convoglio di Lince scortati da due Freccia per essere presenti, dopo tre ore di Ring Road, all’apertura della camera ardente a Piazza Italia 150.
Per me e Giuseppe Lami è la seconda volta che partecipiamo, sempre qui ad Herat, ad una simile cerimonia in poco più di 6 mesi. È un'esperienza che lascia il segno anche a chi ne ha già molti, di segni. L'opinione pubblica - ma soprattutto la classe politica - dovrebbe prendere atto che i nostri soldati qui stanno facendo un lavoro fantastico sul piano della governance e di conseguenza anche sotto il profilo umanitario, ma stanno anche scompigliando le carte di innumerevoli gruppi armati che si contendono con la violenza e sistemi "mafiosi" il controllo del territorio. I soldati possono anche distribuire nutella e coperte ma la loro missione primaria è un'altra: peace keeping vuol dire che si deve porre fine ad una situazione conflittuale, quando questa sarà finita ci sarà la pace. La mission primaria dei soldati è proprio questa: conquistare la pace anche con l'uso delle armi, tutto il resto sono solo corollari e chiacchere da bar. Non riconoscerlo, non ammetterlo, non dirlo all’opinione pubblica o mimetizzarlo come un viaggio di anime pie della caritas con panettoni e magliette di lana è un'offesa alla memoria dei nostri militari che sono morti facendo il loro dovere su mandato del Parlamento ed è un'ignobile speculazione sul dolore dei famigliari. Se un’errata interpretazione del concetto di democrazia coincide con il politicamente corretto dei cacciatori di consensi elettorali alla maniera di alcuni nostri politici io voglio essere molto scorretto dicendo che i Funerali di Stato sono diventati una passerella delle vanità della classe politica e pertanto proporrei meno omelie politiche e più intime cerimonie militari, che piacciono ai soldati e questo è più che appagante, perché sono loro a morire! Poi vorrei che alle parole di circostanza seguissero fatti concreti! Perché è dopo i funerali - quando le porte della basilica si sono chiuse ed tecnici delle emittenti televisive sono da qualche altra parte a documentare ballerini sotto le stelle o partite di calcio - che si capisce quanto la classe politica ama e rispetta i propri soldati, in base a quanto fa per i famigliari in termini concreti, reali e duraturi nel tempo.
Nel frattempo i media di riferimento, invece di interpretare i fatti in base al gruppo politico di appartenenza, iniziando ad informare sui fatti in quanto tali impedirebbero a molti esponenti del parlamento di fare meschine figure.
(Questa signora con il basco è la madre di David Tobini)
1° Caporal Maggiore David TOBINI Paracadutista del reggimento Nembo della Brigata Folgore, caduto in combattimento a Bala Mourghab (Afghanistan) il 25 luglio 2011: PRESENTE!
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mercoledì 1 giugno 2011
L'EMOZIONE CHE NON SI RACCONTA
Il giorno della vigilia di Natale ero in Afghanistan ad Herat presso la sede del RCW quando è arrivato l'Airbus 319 CJ del 31°Stormo con a bordo il Presidente del Senato Renato Schifani, il sottosegretario alla Difesa on. Guido Crosetto, il generale di C.d'A. Giorgio Cornacchione, comandante del COI ed un folto gruppo di giornalisti parlamentari. Nel gruppo c'era anche una signora che partecipava a quello che accadeva stando sempre defilata e che notai veniva fotografata con discrezione quasi furtiva e sempre da lontano da un fotoreporter che conoscevo, un tipo molto sveglio. Mi sono così incuriosito al punto tale da spingermi a fare qualche ripresa, per rispettare il principio che quando si è in missione si deve riprendere tutto ciò che stimola la curiosità o la fantasia. Ad un tratto un militare del Col Moschin, senza gradi e nominativo sulla mimetica, si è rapidamente avvicinato ed in modo piuttosto brusco e deciso, addirittura strattonando il mio pass, mi ha intimato di non riprendere. Pur non capendo il perché ho spento la telecamera e mi sono dedicato ad altre inquadrature, la cosa sembrava finita li. Poi il fotoreporter Daniel Papagni mi ha spiegato chi fosse quella signora ed ho capito così l'intervento dell'incursore del Col Moschin e devo confessare che mi sono sentito a disagio per quella che a tutti gli effetti era stata una inutile paparazzata che oltre tutto non aveva nulla a che vedere con il mio lavoro.
Il pomeriggio ho così scritto questo articolo e l'ho consegnato a Mirko Polisano che l'ha inviato via internet a Maria Clara Mussa direttore del magazine Cybernaua che l'ha pubblicato il giorno di Natale del 2010.
Il presidente Schifani ha fatto un bel discorso ai reparti schierati nel Piazzale Italia150 nella cittadella di Camp Arena, ma la vera notizia di oggi, 24 dicembre del 2010 qui ad Herat non è stata la visita ufficiale del presidente del Senato ma una “non notizia”.
A bordo dell’aeroplano della presidenza del Senato c’era anche una giovane signora distinta, che ha fatto di tutto per passare inosservata, quasi protetta da un piccolo gruppo di militari e alti ufficiali che non l’ hanno mai lasciata sola.
Questa signora compiva una visita privata.
Era la madre di Alessandro Romani capitano del 9° Reggimento Incursori Paracadutisti Col Moschin, schierato qui in Afghanistan all’interno della task Force 45.
Alessandro Romani è caduto in combattimento il 17 settembre scorso e sua madre è voluta venire sino qui a visitare i luoghi dove suo figlio ha vissuto e poter conoscere i “ragazzi” con cui suo figlio ha condiviso i rischi e le emozioni che solo chi ha saputo fare certe scelte conosce.
Perché per quanto uno di questi “ragazzi” possa raccontare (ammesso che abbia voglia di farlo) ai propri genitori, alla propria donna o agli amici più intimi alcune delle storie vissute, sarà sempre un’esternazione parziale di un bagaglio di emozioni e sensazioni che rimangono nel profondo del cuore di chi le ha vissute e condivise.
Emozioni che solo in parte percepiamo, seppure a volte magistralmente raccontate, dalla letteratura o dal cinema.
Esattamente come il dolore di un genitore che perde un figlio.
Ho solo provato a immaginare la scena che si è svolta all’interno del piccolo compound di Task Force 45 e sono stato travolto da emozioni da me dolorosamente vissute, quando le parole di fronte a realtà che non si è preparati ad accettare si sciolgono nella gola e si trasformano in lacrime durante un furtivo abbraccio che racconta tutto quello che c’è da dire.
Mi capita spesso di pensare al capitano Romani che non ho mai conosciuto personalmente, ma di cui ho ben presente l’immagine che ha fatto il giro dei media e che rappresenta un giovane uomo, bello e dall’aspetto atletico e volitivo, fiero di essere quello che appare.
Un giovane uomo caduto in combattimento per seguire i suoi sogni, difficili da raccontare anche alla propria madre.
Perché noi siamo l’arco che scocca la freccia e viviamo nel presente ed i nostri figli sono come la freccia che vola verso il futuro; ma non sempre è così.
La ''non notizia'' di Natale, ad Herat il 25 dicembre 2010.
Il presidente Schifani ha fatto un bel discorso ai reparti schierati nel Piazzale Italia150 nella cittadella di Camp Arena, ma la vera notizia di oggi, 24 dicembre del 2010 qui ad Herat non è stata la visita ufficiale del presidente del Senato ma una “non notizia”.
A bordo dell’aeroplano della presidenza del Senato c’era anche una giovane signora distinta, che ha fatto di tutto per passare inosservata, quasi protetta da un piccolo gruppo di militari e alti ufficiali che non l’ hanno mai lasciata sola.
Questa signora compiva una visita privata.
Era la madre di Alessandro Romani capitano del 9° Reggimento Incursori Paracadutisti Col Moschin, schierato qui in Afghanistan all’interno della task Force 45.
Alessandro Romani è caduto in combattimento il 17 settembre scorso e sua madre è voluta venire sino qui a visitare i luoghi dove suo figlio ha vissuto e poter conoscere i “ragazzi” con cui suo figlio ha condiviso i rischi e le emozioni che solo chi ha saputo fare certe scelte conosce.
Perché per quanto uno di questi “ragazzi” possa raccontare (ammesso che abbia voglia di farlo) ai propri genitori, alla propria donna o agli amici più intimi alcune delle storie vissute, sarà sempre un’esternazione parziale di un bagaglio di emozioni e sensazioni che rimangono nel profondo del cuore di chi le ha vissute e condivise.
Emozioni che solo in parte percepiamo, seppure a volte magistralmente raccontate, dalla letteratura o dal cinema.
Esattamente come il dolore di un genitore che perde un figlio.
Ho solo provato a immaginare la scena che si è svolta all’interno del piccolo compound di Task Force 45 e sono stato travolto da emozioni da me dolorosamente vissute, quando le parole di fronte a realtà che non si è preparati ad accettare si sciolgono nella gola e si trasformano in lacrime durante un furtivo abbraccio che racconta tutto quello che c’è da dire.
Mi capita spesso di pensare al capitano Romani che non ho mai conosciuto personalmente, ma di cui ho ben presente l’immagine che ha fatto il giro dei media e che rappresenta un giovane uomo, bello e dall’aspetto atletico e volitivo, fiero di essere quello che appare.
Un giovane uomo caduto in combattimento per seguire i suoi sogni, difficili da raccontare anche alla propria madre.
Perché noi siamo l’arco che scocca la freccia e viviamo nel presente ed i nostri figli sono come la freccia che vola verso il futuro; ma non sempre è così.
Antonello Tiracchia
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venerdì 7 gennaio 2011
GUERRA, BUGIE E VIDEOTAPE
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| Appena sceso dall'EH101 della Marina Militare sul quale sta per imbarcarsi il gen. Petraeus-Fotografia di Giuseppe Lami |
Mi sono portato in Afghanistan la mia copia de Il Grande Gioco di Peter Hopkirk, uno dei libri fondamentali per capire l'Afghanistan-Pakistan e il perché 137 mila soldati in rappresentanza di 48 nazioni sono qui ormai da quasi 10 anni.
Il fotoreporter Giuseppe Lami con cui, insieme a Daniel Papagni e Mirko Polisano, ho condiviso la tenda nel freddo della FOB di Bala Baluk, vedendo i miei tentativi di leggerlo assistito da una pila piazzata sulla testa e con le mani che reggevano il libro protette dai guanti che affioravano appena dal sacco a pelo, mi disse che l'aveva letto ed era un bellissimo libro.
Un libro è uno strumento fantastico per rafforzare un'amicizia, soprattutto in una tenda in una base avanzata, bersaglio agognato per i razzi degli insorgenti e così incominciammo a raccontarci delle nostre recenti esperienze di viaggio nei paesi della confusione islamica, io dello Swat e lui del Balocistan, vicinissimo alla nostra tenda, poco più a sud-sud ovest, in Iran.
Fuori c'erano alcuni gradi sottozero e un warning per un altro probabile lancio di razzi contro la nostra FOB tenuta dai lagunari del reggimento Serenissima, poco più grande di un campo di calcio e protetta più dall'imperizia trigonometrica dei bombaroli che da altri sofisticati sistemi guerreschi.
Rientrati a Farah con un convoglio di Lince siamo ripartiti per Herat a bordo di un elicottero Cougar dell'esercito spagnolo.
Sotto di noi, attraverso i grandi portelloni aperti, si vedevano scorrere le immagini del deserto afghano descritto da Hopkirk. Evidenti come incisioni i solchi delle carovaniere, che per millenni hanno costituito la via di congiunzione tra l'Oriente estremo e l'Occidente mediterraneo, erano l'unica forma di antropizzazione ma ormai inglobata nel paesaggio naturale. Gurdando questo paesaggio fantastico ho intercettato il disappunto di Giuseppe Lami mentre indicava con uno sguardo i mitraglieri spagnoli, più attenti a controllare noi che il terreno sottostante. Tutti gli spagnoli presenti in Afghanistan hanno infatti ricevuto ordini severissimi di vietare l'utilizzo di telecamere e macchine fotografiche a bordo dei loro mezzi così come l'ordine tassativo di evitare qualsiasi possibilità di contatto armato con gli insorgenti, anche per aiutare gli alleati: se qualcuno si mette a sparare, chiunque sia, gas al massimo e strategia di fuga!
| Giuseppe Lami mentre si imbarca sul Cougar spagnolo-Foto di Daniel Papagni/Cybernaua |
Del resto sapevamo benissimo da esperienze precedenti che non è possibile fotografare, filmare o intervistare un militare spagnolo, ma che impedissero pure di filmare il paesaggio ci ha fatto proprio ridere.
Il motivo di questa censura di tipo franchista è molto chiaro: i soldati spagnoli sono in Afghanistan ma in Spagna non ne parla nessuno, per il governo Zapatero l'Afghanistan è un problema degli altri perché non vuole alienarsi l'integralismo di sinistra che, in quanto a pregiudizi dogmatici e intolleranza per la democrazia, potrebbe tranquillamente fare coppia con l'integralismo islamico.
In Afghanistan i militari spagnoli sono circa 1600 concentrati per la maggior parte a Camp Arena ad Herat dove ha il suo quartier generale il Regional Command West la cui leadership è affidata al Generale di Brigata italiano Marcello Bellacicco della Julia e da cui dipendono circa 7600 uomini tra italiani, americani, albanesi, lituani, croati e... spagnoli.
Gli spagnoli dovrebbero mentorizzare i militari afghani per metterli in condizione di controllare l'area di Badghis dove, al confine con il Turkmenistan, gli insorgenti operano con violenta efficienza ed invece coprono un ruolo totalmente marginale per rispettare i strettissimi caveat imposti dal Governo Zapateros, che impedisce loro non solo di partecipare ad azioni militari in sostegno degli alleati o degli afghani ma di dare loro supporto anche se richiesto e necessario e di colloquiare con la stampa soprattutto se italiana!

| Il Generale di Brigata Marcello Bellacicco Comandante del RCW- Foto Daniel Papagni/Cybernaua |
Gli italiani pur con caveat abbastanza ristretti sono entrati in azione più volte per tirare fuori dagli impicci afghani, americani e... spagnoli! Con gli statunitensi in particolare ci scambiamo continuamente assistenza, come abbiamo potuto constatare di persona volando con elicotteri americani senza alcuna restrizione o filmando il generale David Petraeus il giorno di Natale scendere dal suo C130 e raggiungere Bakwa a bordo di un EH 101 della Marina Militare dal quale ero appena sceso, insieme ai miei colleghi e a bordo del quale avevamo fotografato e ripreso praticamente tutto!
I militari americani infatti sono totalmente disponibili nei confronti dei media praticamente da sempre, perché godono dell'appoggio incondizionato del Governo e della Nazione ma anche perché sanno che la loro opinione pubblica giustifica un errore, anche grave, ma non una bugia e la comunicazione se correttamente gestita diventa un pilastro della democrazia.
In parte questo vale anche per l'Italia.
Le nostre Forze Armate in pochi anni sono diventate molto più disponibili ed aperte nei confronti della stampa e dell'informazione e non solo verso quella ufficiale dei grandi editori.
Da quando è stata sospesa la leva i militari italiano hanno scoperto di godere dell'appoggio della nazione che, in un sondaggio, pone proprio le Forze Armate al primo posto tra le istituzioni per efficienza e credibilità.
Però a volte accadono episodi che confermano che qualche cosa nei rapporti tra Politica e Forze Armate non funziona ancora bene, come dimostra il modo un po' maldestro con cui è stata trattata sotto vari aspetti la vicenda del Caporal Maggiore Matteo Miotto a cui aggiungo un piccolo episodio marginale che mi è accaduto durante la visita del Presidente del Senato Schifani a Herat lo scorso 24 dicembre.
Le nostre Forze Armate in pochi anni sono diventate molto più disponibili ed aperte nei confronti della stampa e dell'informazione e non solo verso quella ufficiale dei grandi editori.
Da quando è stata sospesa la leva i militari italiano hanno scoperto di godere dell'appoggio della nazione che, in un sondaggio, pone proprio le Forze Armate al primo posto tra le istituzioni per efficienza e credibilità.
Però a volte accadono episodi che confermano che qualche cosa nei rapporti tra Politica e Forze Armate non funziona ancora bene, come dimostra il modo un po' maldestro con cui è stata trattata sotto vari aspetti la vicenda del Caporal Maggiore Matteo Miotto a cui aggiungo un piccolo episodio marginale che mi è accaduto durante la visita del Presidente del Senato Schifani a Herat lo scorso 24 dicembre.
La sbianchettatura della bandiera con l'effige sabauda - comunque architettata - è una cosa miserevole, roba da minculpop o kgb e comunque sintomo di un'acerba conoscenza della comunicazione e di un mal digerito senso della democrazia: solo gli insicuri ed i deboli hanno paura della storia, che non può essere cancellata per motivi di falso pudore o tanto meno da aspettative di carriera. Io non so se il Caporale Miotto fosse monarchico oppure se ha steso la bandiera in onore del nonno, che ha fatto la guerra quando c'era il Regno d'Italia e a cui in qualche modo indirizza la sua bellissima lettera. Probabilmente facendolo ha sbagliato - ma non ho ancora capito come e perché - ma chi l'ha cancellata con il suo sbianchettatore digitale è più pericoloso per la democrazia del reperto storico esposto con gioia e soddisfazione da Matteo e non certo per offendere la Repubblica a cui ha giurato fedeltà e che nel servirla ha perso la vita.
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| Herat 1 gennaio 2011 - Gli Alpini della Julia portano il feretro di Matteo Miotto sul C130 diretto a Roma-Fotografia di Daniel Papagni/Cybernaua |
Come è morto Matteo? All'inizio si diceva colpito da un cecchino, poi durante un combattimento... Queste mezze bugie hanno incominciato a correre ed ora già si sente dire che sia stato ammazzato da fuoco italiano, dagli aerei americani, che si sia suicidato che... che....che.
All'asilo del corso di comunicazione si impara subito che la confusione e la mancanza di chiarezza generano sfiducia e rifiuto e mettono in allarme sul fatto che una credibilità decennale costruita sul continuo rispetto della verità possa essere distrutta da una mezza bugia malgestita.
Scrivere di queste cose mi da un certo fastidio e preferisco ricordarmi delle lacrime che ho trattenuto con fatica quando ho visto il corpo di Matteo avvolto nel tricolore mentre veniva scaricato a braccia dal Black Hawk perché quello è stato il momento importante di tutta questa brutta storia, con la nostra bandiera e quella della base a mezzasta e le facce dei militari presenti, gente dura, con numerose missioni sulle spalle, con i visi tirati dalle lacrime trattenute.
Questa storia della mezza verità o mezza bugia ha aumentato il dolore di tutti, anche di coloro che pur non accettando la guerra hanno un grande rispetto per coloro che liberamente si fanno carico di incombenze gravose, a testa alta, consapevoli di correre il rischio di pagare con la vita la fedeltà alle istituzioni e ai valori in cui credono.
Nascondersi dietro un dito è un atto di vigliaccheria, lontano dal concetto di democrazia e libertà che un giovane può esprimere anche esponendo la bandiera del nonno perché noi siamo il frutto della nostra storia, nel bene e nel male, che ci piaccia o meno.
L'altro episodio, marginale ma significativo del modo con cui il potere gestisce la comunicazione è di pochi giorni prima.
Il 24 dicembre è giunto a Herat il Presidente del Senato Schifani con un seguito di giornalisti politici. Ha fatto a braccio un discorso che io ho trovato sincero e privo di retorica, poi ha tenuto una conferenza con gli stessi giornalisti al seguito parlando di tutte altre cose, questo secondo uno stile molto italiano che non riesco a capire: quando i nostri rappresentanti istituzionali vanno all'estero in visita ufficiale parlano sempre delle beghe politiche nostrane, forse perché credono di essere ancora al centro del mondo o per dare più importanza alle loro parole!
Dopo la conferenza il presidente Schifani ha pranzato alla mensa della nostra base di Herat, seduto al tavolo del comandante e mangiando il cibo dei soldati, così come abbiamo visto fare tante volte in tv a Clinton, Bush, Obama, Blair...
Mi è piaciuto tutto questo e così mi sono avvicinato al tavolo e ho chiesto al Presidente se potevo riprendere la scena, a mio avviso molto democratica e sicuramente vincente sotto il profilo della comunicazione. Schifani ha accettato ma non ho potuto fare la ripresa né ho potuto spiegare il perché la volessi fare.
E' intervenuto il porta voce del Presidente che, in modi molto gentili, mi ha detto non gradiva che io facessi quella ripresa...
(Antonello Tiracchia)
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sabato 4 dicembre 2010
LA FUNZIONE DEI MENTORS
L'Afghanistan dei taliban che il mondo civile si è ripreso con le armi di Enduring Freedom, non era uno stato ma un territorio in balia di un'interpretazione restrittiva della shari'a, applicata con estrema crudeltà e che nella sua visione politica sostituiva qualsiasi altra forma di struttura amministrativa, giuridica, sociale e militare.
Subito dopo la loya jirga, la Grande Assemblea delle tribù afghane, che portò alla formazione del governo provvisorio di Hamid Karzai, nacque la necessità di creare un corpo di polizia che, secondo i canoni dei Lander tedeschi, potesse riprendere il controllo amministrativo e giuridico delle province. L’organizzazione e l’addestramento di questo corpo di polizia infatti fu affidato sino al 2007 proprio alla Germania.
Ben presto risultò chiaro quanto una simile struttura fosse insufficiente a combattere tanto il narcotraffico quanto lo spietato terrore che gli insorgenti continuano tuttora a riservare a tutti coloro che ritengono rei di dialogare con gli infedeli.
Gli insorgenti individuarono il punto debole dello schieramento del nuovo governo repubblicano proprio nella polizia di ordinamento tedesco, non adeguatamente preparata a condurre vere azioni militari, che dal gennaio 2007 al settembre del 2008 perse ben 1165 uomini, a confronto dei 420 del nascente esercito afghano.
Era a quel punto evidente che l’unica strada per normalizzare il territorio e far rientrare al più presto a casa i contingenti della coalizione NATO era quella di accelerare la costituzione di un esercito efficiente e motivato, a cui delegare progressivamente le azioni militari ed un controllo reale del territorio e dei confini.
Impresa assai complicata.
La struttura sociale afghana è infatti basata da secoli su ferrei concetti di censo e casta, all’interno dei quali, per esempio, era praticamente improponibile che un Hazara potesse dare un ordine ad un Pashtun.
Forse anche per questo, nonostante una plurisecolare storia di guerre anche vittoriose ma sempre condotte a livello tribale, l'Afghanistan sino alla metà del secolo scorso non aveva un vero e proprio esercito nel senso istituzionale del termine.
Il primo ministro dell'epoca, Mohammad Daoud Khan cognato del re Zahir Shah e come lui Pashtun, negli anni '50 si rivolse all'Unione Sovietica per la costituzione di un esercito afghano con lo scopo dichiarato di riconquistare militarmente i territori tribali pashtun rimasti all'interno dei confini del neocostituito Pakistan, disegnati nel 1947 dagli inglesi al momento della scissione con l'India.
Da quel momento l'esercito afghano divenne protagonista nella storia sociale e politica afghana che, dopo la sconfitta dell'Armata Rossa, ne ha seguito il travaglio per poi letteralmente evaporare nel corso del regime talebano.
In questo scenario si inserisce il progetto degli OMLT:
trasferire nel più breve tempo possibile il controllo del territorio dalle forze armate ISAF all'Afghanistan National Army (ANA), com'è stato ribadito nel corso dell'ultimo Summit della Nato a Lisbona, 19 e 20 novembre 2010. In questi due giorni è stato evidenziato come l'azione militare della coalizione in Afghanistan sia transitoria e propedeutica al trasferimento all'ANA delle necessarie competenze di controllo e gestione del territorio, portando a 170 mila elementi la consistenza delle forze armate afghane. Tutto questo rispettando le attuali quote etniche che prevedono il 44% di pashtun, il 31% di tagiki, l'11% di hazara, il 9% di uzbeki e il 5% di militari provenienti da altri gruppi minori.
In termini pratici significa insistere sull'organizzazione e l'addestramento di un esercito di 170 mila soldati che, rispettando la rappresentatività del popolo afghano, sia leale nei confronti del governo e in grado di condurre operazioni militari, inizialmente insieme alle forze armate occidentali e poi in totale autonomia.
La nascente forza afghana è stata così divisa in 5 Corpi d'Armata ognuno dei quali inserito in una delle 5 aree militari in cui è diviso L'Afghanistan.
L'Italia, che ad Herat ha il comando del settore occidentale (Regional Command-West) costituito da militari di una dozzina di nazioni, ha tra gli altri compiti quello di “mentorizzare” il 207° Corpo d'Armata Afghano.
Ma cosa fanno esattamente i mentors italiani, quanti e soprattutto chi sono?
Il compito degli OMLT è quello di insegnare (teach), guidare (coach) e supervisionare (mentor) il personale dell’ANA nella pianificazione, organizzazione ed esecuzione sia delle attività addestrative che operative sul campo; il detto popolare "armiamoci e partite" in questo caso è diventato "ci stiamo armando per partire insieme".
Per questo i Mentors non solo affiancano i loro pari grado durante la fase addestrativa e gestionale, ma sono al loro fianco anche durante le azioni di combattimento sul campo.
Il colonnello degli Alpini Silvio Zagli è il comandante dell'OMLT del Regional Command West con base a Camp Stone, quaranta chilometri da Herat.
Alle sue dipendenze ci sono per il momento circa 300 soldati tra italiani, spagnoli e americani che, in base alla nuova strategia della NATO dovrebbero diventare 400 nei prossimi mesi.
Negli OMLT sono presenti militari di tutte le specialità dell'Esercito che, se dotati dei requisiti previsti, prima di partire devono seguire numerosi corsi di aggiornamento e formazione.
In Italia il compito di formazione dei mentors è demandato al Centro Addestramento Alpino di Aosta propedeutico ad un ulteriore periodo presso il Joint Multinationational Readiness Center di Hohenfels in Germania, dove si svolgono lezioni relative al Military Decision Making Process e attività pratiche sul campo quali convoy operation, search, hambush e altre tattiche di condotta.
Questa è la prima volta che le Forze Armate Italiane sono chiamate a svolgere un tale compito ed i nostri militari considerano questa esperienza esaltante ed unica nonostante l'impegno veramente gravoso ed i rischi a cui sono esposti.
L'attività operativa dei mentors non è certo facile, perché innanzitutto devono capire la mentalità dei soldati afghani senza peraltro tentare di modificarne tradizioni e usanze e soprattutto evitando di cadere in una facile contrapposizione tra il mondo occidentale e quello orientale.
Insieme al colonnello Pierpaolo Lamacchia, ufficiale addetto ai contatti con la stampa, ho avuto occasione di intervistare a Camp Stone il Generale Jalandar Sha Behnam comandante in capo del 207° Corpo d'Armata Afghano:
"Molti sono i cambiamenti, da quando sono incominciate le attività ISAF in Afghanistan...
...i Talebani erano una minaccia per il Governo e la società, ed il popolo non aveva diritti. ISAF ha aiutato il Parlamento ed il Governo, rafforzando la sicurezza nel Paese e incominciando a creare nel popolo una certa stabilità e fede nei propri diritti.
Il lavoro compiuto a fianco della Task Force italiana dà ottimi risultati: afghani ed italiani rappresentano un Team in cui le due componenti sono molto legate e affiatate.
Per noi inoltre è una cosa gratificante vedere come le varie etnie, Tagiki e Pashtun soprattutto, che prima si contrastavano, ora, nell'ANA, trovano il luogo d'incontro per contribuire alla crescita e al rafforzamento del proprio Paese".
...i Talebani erano una minaccia per il Governo e la società, ed il popolo non aveva diritti. ISAF ha aiutato il Parlamento ed il Governo, rafforzando la sicurezza nel Paese e incominciando a creare nel popolo una certa stabilità e fede nei propri diritti.
Il lavoro compiuto a fianco della Task Force italiana dà ottimi risultati: afghani ed italiani rappresentano un Team in cui le due componenti sono molto legate e affiatate.
Per noi inoltre è una cosa gratificante vedere come le varie etnie, Tagiki e Pashtun soprattutto, che prima si contrastavano, ora, nell'ANA, trovano il luogo d'incontro per contribuire alla crescita e al rafforzamento del proprio Paese".
Ho poi assistito ad un'esercitazione di un battaglione di artiglieria afghano mentorizzato dai militari italiani, ancora dotato di vecchi obici sovietici ed eterogeneo per quanto riguarda l'età dei suoi componenti ed il loro livello di preparazione e scolarizzazione.
E' stata un'esperienza molto positiva, direi quasi gratificante per il mio nazionalismo, vedere la professionalità e l'autorevolezza dei nostri militari all'opera nonostante le difficoltà ed il disagio di vivere per un anno lontano da casa all'interno di un campo militare in perenne stato di allarme affrontando problemi di tutti i generi, compreso il problema della lingua: infatti tutte le comunicazioni verso gli afghani avvengono tramite un interprete che traduce dall'inglese al pashto o al dari perché non ci sono interpreti che conoscono l'italiano, per questo motivo tutti i nostri soldati hanno acquisito un'adeguata conoscenza dell'inglese, di fatto lingua ufficiale della Nato.
Inoltre gli armamenti afghani sono in gran parte ancora provenienti dagli arsenali sovietici e per quanto robusti ed essenziali sono ormai obsoleti e notevolmente diversi da quelli occidentali, anche nell'impiego e privi ormai di manualistica e pezzi di ricambio.
La 1a Brigata del 207° Corpo d'Armata afghano è stato il primo reparto addestrato dagli OMLT italiani ad ottenere la certificazione che rende la Brigata idonea ad operare in autonomia sia in termini di combattimento che di sostegno logistico.
Un grande successo per la NATO ma anche per l'Italia.
Proprio per questi risultati la NATO ha deciso di continuare a sostenere i notevoli costi economici relativi a questo progetto e di procrastinare al 2014 il ritiro del grosso delle truppe, ribadendo così il concetto che il compito delle truppe NATO non è di perseguire una vittoria militare sul campo quanto creare i parametri di sicurezza indispensabili per lo sviluppo economico e sociale.
Oltre ai mentors dell'Esercito in Afghanistan opera una task force della Guardia di Finanza, denominata Grifo, per la costituzione di una polizia di frontiera e un nutrito nucleo di Carabinieri che hanno sinora addestrato oltre 4000 membri della polizia afghana ricevendo per questo pubblici complimenti dallo stesso generale statunitense David H. Petraeus, comandante in capo di tutte le forze armate presenti in Afghanistan.
Dopo un anno di collaborazione, tra i mentors ed i mentorizzati, si creano rapporti di stima e anche di amicizia rafforzati dal fatto che condividono insieme i rischi delle missioni sul campo.
Al momento in Afghanistan le forze armate e di polizia sono le uniche istituzioni presenti capillarmente su quasi tutto il territorio con compiti che travalicano quelli tipici dei militari.
La possibilità di far parte delle forze armate o della polizia è inoltre per i giovani afghani una grande possibilità di crescita sociale e di sicurezza economica. Anche su questi elementi si basa la strategia della coalizione.
La storia afghana ci insegna come la mitologia, nata nell'antichità per rispondere attraverso simboli universali ai perenni dubbi dell'uomo possa essere d'aiuto a ridisegnare il futuro di un popolo in difficoltà da troppi anni.
Certo, tutto questo per l'Occidente significa accettare grandi costi finanziari e l'eventualità di perdere sul campo altre giovani vite di soldati; l'alternativa è l'indifferenza.
Certo, tutto questo per l'Occidente significa accettare grandi costi finanziari e l'eventualità di perdere sul campo altre giovani vite di soldati; l'alternativa è l'indifferenza.
Antonello Tiracchia
(in redazione Francesca Vinciguerra)
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sabato 4 settembre 2010
A PROPOSITO DI LAPIDAZIONE
La triste storia della lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani ha brevemente acceso l'attenzione dei media sul modo con cui in alcuni paesi islamici viene concepita la legge ma soprattutto sulla considerazione che la donna ha all'interno di quelle società governate da logiche totalmente opposte a quelle delle democrazie occidentali.
Il caso di Sakineh non è un caso isolato è solo "uno" degli innumerevoli casi giunto all'attenzione della stampa internazionale.
L'Occidente dopo un lungo percorso durato secoli cita per la prima volta i Diritti Elementari dell'Uomo nella Dichiarazione D'indipendenza degli Stati uniti nel 1776; venti tre anni dopo, nel 1789, sarà la Rivoluzione Francese a diffondere questi valori in Europa per giungere nel 1948 alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo sottoscritta dall'Assemblea delle Nazioni Unite.
Dopo oltre due secoli anche l'Islam nel 1979 diffonde, attraverso l'Organismo della Conferenza Islamica, un documento pressoché sconosciuto e comunque disatteso in cui prende in esame i diritti e i doveri fondamentali dell'Uomo, ma non in quanto tale ma solo in riferimento alla religione islamica!
Negli ultimi anni altri organismi islamici su pressione dell'occidente hanno cercato di formulare un modello islamico dei diritti dell'uomo che non ha modificato la sostanziale differenza tra la concezione dell'uomo nelle democrazie occidentali e quella islamica totalmente condizionata da contenuti di natura religiosa che conducono sempre a plateali azioni di giustizialismo barbaro e crudele, come appunto la lapidazione.
Nel mondo islamico la legge, Shar'ia, è la Legge di Dio e come tale regola e governa tutte le cose dell'uomo. E' facile capire che con queste premesse il concetto occidentale di "diritto" entra in totale collisione.
Le fonti della Shari'a sono il Corano e gli editti del Profeta (Sunna) e come tali non modificabili; in pratica la Shari'a non è modificabile e chi prova a modificarla è reo di offesa ad Allah.
In questa incongruenza è il limite ma anche la grande forza espansionistica del dogma islamico.
Il Diritto occidentale, che è bene ricordare deriva dal diritto romano, pur avendo dei riferimenti precisi e immutabili si è modificato nel corso dei secoli adattandosi ai costumi dell'uomo e modificando il concetto di morale corrente, a riguardo basterebbe citare la fine del delitto d'onore, sparito dal nostro Codice Penale solo nel 1981, ma comunque sparito!
La Shari'a tra le varie punizioni spesso concepite secondo la legge del taglione, prevede la pena di morte in quattro casi: omicidio ingiusto, adulterio, apostasia, bestemmia contro Allah e in alcuni paesi ciò vale anche per l'omosessualità, anche se quest'ultimo caso rappresenta un'ulteriore discrepanza con la legge coranica, perché chi ha avuto occasione di vivere in un paese governato dalla Shari'a sa quanto sia diffusa l'omosessualità e la pedofilia spesso senza neppure il pudore della riservatezza.
In questo contesto appare in tutta la sua tragica realtà la condizione della donna nel mondo musulmano e delle sofferenze che nascono da un ruolo di totale sottomissione fisica e psichica all'uomo come stato di cose naturali; sottomissione che si esprime in molti modi, attraverso il velo o le brutali mutilazioni con cui, con un aberrante senso della morale religiosa, si sopprime la libertà ed il piacere sessuale femminile .
Ad Herat ho avuto occasione di visitare il carcere femminile costruito dal PRT (Provincial Rencostruction Team) della Brigata Taurinense, dove molte delle 120 donne ospitate erano li perché condannate a 4 anni per adulterio o a due anni per avere bevuto una birra!
Anche l'abbandono dal marito per sfuggire alle violenze è considerato adulterio. Le adultere o le bevitrici di birra carcerate di Herat considerano il carcere una fortuna! E non solo perché imparano un lavoro e migliorano la loro cultura avendo con se i figli, ma perché vivono in un ambiente pulito dove è assicurato il vitto e dove soprattutto sono salve dalla crudeltà della Shari'a.
A poca distanza c'è un ospedale, anche questo costruito con i fondi italiani, questa volta della Cooperazione del nostro Ministero degli Esteri.
In questo ospedale ci sono molte donne assai meno fortunate di quelle che sono finite in carcere;
quelle che si sono salvate dalla lapidazione sono state sfregiate dai mariti che nel momento che le hanno ripudiate (perché ormai vecchie o perché si sono ribellate alla violenza domestica) per sancire il loro potere hanno brutalmente deturpato il loro corpo.
Nessun uomo ci risulta finisca in carcere per questo nei paesi islamici.
Molti studiosi sono convinti che la fine espansionistica dell'islam finirà a causa delle donne, le più pronte ad intuire i cambiamenti e battersi affinché avvengano.
(A.T.)
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