Il confronto genera conoscenza, libertà e democrazia. L'indifferenza e l'ignoranza generano corruzione e malgoverno. Il dogma e il pregiudizio ideologico generano integralismo e conflitti.

venerdì 7 gennaio 2011

GUERRA, BUGIE E VIDEOTAPE

Appena sceso dall'EH101 della Marina Militare sul quale sta per imbarcarsi il gen. Petraeus-Fotografia di Giuseppe Lami

Mi sono portato in Afghanistan la mia copia de Il Grande Gioco di Peter Hopkirk, uno dei libri fondamentali per capire l'Afghanistan-Pakistan e il perché 137 mila soldati in rappresentanza di 48 nazioni sono qui ormai da quasi 10 anni.
Il fotoreporter Giuseppe Lami con cui, insieme a Daniel Papagni e Mirko Polisano, ho condiviso la tenda nel freddo della FOB di Bala Baluk, vedendo i miei tentativi di leggerlo assistito da una pila piazzata sulla testa e con le mani che reggevano il libro protette dai guanti che affioravano appena dal sacco a pelo,  mi disse che l'aveva letto ed era un bellissimo libro.
Un libro è uno strumento fantastico per rafforzare un'amicizia, soprattutto in una tenda in una base avanzata, bersaglio agognato per i razzi degli insorgenti e così incominciammo a raccontarci delle nostre recenti esperienze di viaggio nei paesi della confusione islamica, io dello Swat e lui del Balocistan, vicinissimo alla nostra tenda, poco più a sud-sud ovest, in Iran.
Fuori c'erano alcuni gradi sottozero e un warning per un altro probabile lancio di razzi contro la nostra FOB tenuta dai lagunari del reggimento Serenissima,  poco più grande di un campo di calcio e protetta più dall'imperizia trigonometrica dei bombaroli che da altri sofisticati sistemi guerreschi.
Rientrati a Farah con un convoglio di Lince siamo ripartiti per Herat a bordo di un elicottero Cougar dell'esercito spagnolo.
Sotto di noi, attraverso i grandi portelloni aperti, si vedevano scorrere le immagini del deserto afghano descritto da Hopkirk.  Evidenti come incisioni i solchi delle carovaniere, che per millenni hanno costituito la via di congiunzione tra l'Oriente estremo e l'Occidente mediterraneo, erano l'unica forma di antropizzazione ma ormai inglobata nel paesaggio naturale. Gurdando questo paesaggio fantastico ho intercettato il disappunto di Giuseppe Lami mentre indicava con uno sguardo i mitraglieri spagnoli, più attenti a controllare noi che il terreno sottostante. Tutti gli spagnoli presenti in Afghanistan hanno infatti ricevuto ordini severissimi di vietare l'utilizzo di telecamere e macchine fotografiche a bordo dei loro mezzi così come l'ordine tassativo di evitare qualsiasi possibilità di contatto armato con gli insorgenti, anche per aiutare gli alleati: se qualcuno si mette a sparare, chiunque sia, gas al massimo e strategia di fuga!

Giuseppe Lami mentre si imbarca sul Cougar spagnolo-Foto di Daniel Papagni/Cybernaua
Del resto sapevamo benissimo da esperienze precedenti che non è possibile fotografare, filmare o intervistare un militare spagnolo, ma che impedissero pure di filmare il paesaggio ci ha fatto proprio ridere.
Il motivo di questa censura di tipo  franchista è molto chiaro: i soldati spagnoli sono in Afghanistan ma in Spagna non ne parla nessuno, per il governo  Zapatero l'Afghanistan è un problema degli altri perché non vuole alienarsi l'integralismo di sinistra che, in quanto a pregiudizi dogmatici e intolleranza per la democrazia,  potrebbe tranquillamente fare coppia con l'integralismo islamico.
In Afghanistan i militari spagnoli sono circa 1600 concentrati per la maggior parte a Camp Arena ad Herat dove ha il suo quartier generale il Regional Command West la cui leadership è affidata al Generale di Brigata italiano Marcello Bellacicco della Julia e da cui dipendono circa 7600 uomini tra italiani, americani, albanesi, lituani, croati e... spagnoli.
Gli spagnoli dovrebbero mentorizzare i militari afghani  per metterli in condizione di controllare l'area di Badghis dove, al confine con il Turkmenistan, gli insorgenti operano con violenta efficienza ed invece coprono un ruolo totalmente marginale per rispettare i strettissimi caveat imposti dal Governo Zapateros, che impedisce loro non solo di partecipare ad azioni militari in sostegno degli alleati o degli afghani ma di dare loro supporto anche se richiesto e necessario e di colloquiare con la stampa soprattutto se italiana!


Il Generale di Brigata Marcello Bellacicco Comandante del RCW- Foto Daniel Papagni/Cybernaua

 

Gli italiani pur con caveat abbastanza ristretti sono entrati in azione più volte per tirare fuori dagli impicci   afghani,  americani  e... spagnoli! Con gli statunitensi in particolare ci scambiamo continuamente assistenza, come abbiamo potuto constatare di persona volando con elicotteri americani senza alcuna restrizione o filmando il generale David Petraeus il giorno di Natale scendere dal suo C130 e raggiungere Bakwa a bordo di un EH 101 della Marina Militare dal quale ero appena sceso, insieme ai miei colleghi e a bordo del quale avevamo fotografato e ripreso praticamente tutto!
I militari americani infatti sono totalmente disponibili nei confronti dei media praticamente da sempre, perché godono dell'appoggio incondizionato del Governo e della Nazione ma anche perché sanno che la loro opinione pubblica giustifica un errore, anche grave, ma non una bugia e la comunicazione se correttamente gestita diventa un pilastro della democrazia.
In parte questo vale anche per l'Italia.
Le nostre Forze Armate in pochi anni sono diventate molto più disponibili ed aperte nei confronti della stampa e dell'informazione e non solo verso quella ufficiale dei grandi editori.  
Da quando è stata sospesa la leva i militari italiano hanno scoperto di godere dell'appoggio della nazione che, in un sondaggio, pone proprio le Forze Armate al primo posto tra le istituzioni per efficienza e credibilità. 
Però a volte accadono episodi che confermano che qualche cosa nei rapporti tra Politica e Forze Armate non funziona ancora bene, come dimostra il modo un po' maldestro con cui è stata trattata sotto vari aspetti la vicenda del Caporal Maggiore Matteo Miotto  a cui aggiungo un piccolo episodio marginale che mi è accaduto durante la visita del Presidente del Senato Schifani a Herat lo scorso 24 dicembre. 
La sbianchettatura della bandiera con l'effige sabauda - comunque architettata - è una cosa miserevole, roba da minculpop o kgb e comunque sintomo di un'acerba conoscenza della comunicazione e di un mal digerito senso della democrazia: solo gli insicuri ed i deboli hanno paura della storia, che non può essere cancellata per motivi di falso pudore o tanto meno da aspettative di carriera. Io non so se il Caporale Miotto fosse monarchico oppure se ha steso la bandiera in onore del nonno, che ha fatto la guerra quando c'era il Regno d'Italia e a cui in qualche modo indirizza la sua bellissima lettera. Probabilmente facendolo ha sbagliato - ma non ho ancora capito come e perché - ma chi l'ha cancellata con il suo sbianchettatore digitale è più pericoloso per la democrazia del reperto storico esposto con gioia e soddisfazione da Matteo e non certo per offendere la Repubblica a cui ha giurato fedeltà e che nel servirla ha perso la vita. 
Herat 1 gennaio 2011 - Gli Alpini della Julia portano il feretro di Matteo Miotto sul C130 diretto a Roma-Fotografia di Daniel Papagni/Cybernaua
Come è morto Matteo? All'inizio si diceva colpito da un cecchino, poi durante un combattimento... Queste mezze bugie hanno incominciato a correre ed ora già si sente dire che sia stato ammazzato da fuoco italiano, dagli aerei americani, che si sia suicidato che... che....che.
All'asilo del corso di comunicazione si impara subito che la confusione e la mancanza di chiarezza generano sfiducia e rifiuto e mettono in allarme sul fatto che una credibilità decennale costruita sul continuo rispetto della verità  possa essere distrutta da una mezza bugia malgestita.
Scrivere di queste cose mi da un certo fastidio e preferisco ricordarmi delle lacrime che ho trattenuto con fatica quando ho visto il corpo di Matteo avvolto nel tricolore mentre veniva scaricato a braccia dal Black Hawk perché quello è stato il momento importante di tutta questa brutta storia, con la nostra bandiera e quella della base a mezzasta e le facce dei militari presenti, gente dura, con numerose missioni sulle spalle, con i visi tirati dalle lacrime trattenute
Questa storia della mezza verità o mezza bugia ha aumentato il dolore di tutti, anche di coloro che pur non accettando la guerra hanno un grande rispetto per coloro che liberamente si fanno carico di incombenze gravose, a testa alta, consapevoli di correre il rischio di pagare con la vita la fedeltà alle istituzioni e ai valori in cui credono.
Nascondersi dietro un dito è un atto di vigliaccheria, lontano dal concetto di democrazia e libertà che un giovane può esprimere anche esponendo la bandiera del nonno perché noi siamo il frutto della nostra storia, nel bene e nel male, che ci piaccia o meno.
L'altro episodio, marginale ma significativo del modo con cui il potere gestisce la comunicazione è di pochi giorni prima. 
Il 24 dicembre è giunto a Herat  il Presidente del Senato Schifani con un seguito di giornalisti politici.  Ha fatto a braccio un discorso che io ho trovato sincero e privo di retorica, poi ha tenuto una conferenza con gli stessi giornalisti al seguito parlando di tutte altre cose, questo secondo uno stile molto italiano che non riesco a capire:  quando i nostri rappresentanti istituzionali vanno all'estero in visita ufficiale parlano sempre delle beghe politiche nostrane, forse perché credono di essere ancora al centro del mondo o per dare più importanza alle loro parole!

Dopo la conferenza il presidente Schifani ha pranzato alla mensa della nostra base di Herat, seduto al tavolo del comandante e mangiando il cibo dei soldati, così come abbiamo visto fare tante volte  in tv a Clinton, Bush, Obama, Blair...
Mi è piaciuto tutto questo e così mi sono avvicinato al tavolo e ho chiesto al Presidente se potevo riprendere la scena, a mio avviso molto democratica e sicuramente vincente sotto il profilo della comunicazione. Schifani ha accettato ma non ho potuto fare la ripresa né ho potuto spiegare il perché la volessi fare. 
E' intervenuto il porta voce del Presidente che, in modi molto gentili, mi ha detto non gradiva che io facessi quella ripresa...
(Antonello Tiracchia)
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venerdì 31 dicembre 2010

CAPODANNO A HERAT

Fotografia di Giuseppe Lami
Ieri sera dopo la cena presso la mensa di Camp Arena, (erano le 20 ora locale, tre ore e mezzo avanti l'ora italiana) stavo ultimando i preparativi perchè stamane secondo i programmi dovevo decollare per il Gulistan embedded al 7° Reggimento Alpini. 
Sulla base era già calata un'aria di tristezza per la notizia di un Alpimo ucciso da uno sniper, di cui i media avevano già diffuso il nome.
Così un'ora più tardi mi sono ritrovato all'aeroporto di Herat ad aspettare la salma del Caporal Maggiore Matteo Miotto, Alpino del 7° Rgt Alpini della Brigata Julia, che è arrivata a bordo di un elicottero americano scortato da un altro elicottero.
Altri Alpini hanno scaricato il corpo avvolto in una bandiera tricolore in un silenzio spettrale acquito dal freddo e dall'oscurità dell'aeroporto.
Subito dopo è stata aperta la camera ardente nella sala Italia 150.

La cerimonia è stata essenziale ma colma di sacralità e mi ha profondamente commosso, generando un ricordo così forte che probabilmente non dimenticherò mai. 
Questo è stato il mio Capodanno 2011 a Herat, Afghanistan. 




Fotografie di Giuseppe Lami
Questa è la lettera che Matteo ha spedito ad ottobre al Sindaco di Thiene che l'ha letta al Consiglio Comunale durante la commemorazione del 4 Novembre.
Per lo stile e la sensibilità che la permane è diventata un documento cult.
Vi invito a leggerla e diffonderla.

Voglio ringraziare a nome mio, ma soprattutto a nome di tutti noi militari in missione, chi ci vuole ascoltare e non ci degna del suo pensiero solo in tristi occasioni come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere.

Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo...

Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L'essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi.

Come ogni giorno partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce... Nel mezzo blindo, all'interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient'altro nell'aria... Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince.

Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l'ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio...

Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame...

Li guardi: sono scalzi, con addosso qualche straccio che a occhio ha già vestito più di qualche fratello o sorella... Dei loro padri e delle loro madri neanche l'ombra, il villaggio, il nostro villaggio, è un via vai di bambini che hanno tutta l'aria di non essere li per giocare...

Non sono li a caso, hanno quattro, cinque anni, i più grandi massimo dieci e con loro un mucchio di sterpaglie. Poi guardi bene, sotto le sterpaglie c'è un asinello, stracarico, porta con sé il raccolto, stanno lavorando... e i fratelli maggiori , si intenda non più che quattordicenni, con un gregge che lascia sbigottiti anche i nostri alpini sardi, gente che di capre e pecore ne sa qualcosa...

Dietro le finestre delle capanne di fango e fieno un adulto ci guarda, dalla barba gli daresti sessanta settanta anni poi scopri che ne ha massimo trenta... Delle donne neanche l'ombra, quelle poche che tardano a rientrare al nostro arrivo al villaggio indossano il burqa integrale: ci saranno quaranta gradi all'ombra...

Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi... Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati...

Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai...” Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi “visto ,nonno, che te te si sbaià...”

Caporal Maggiore Matteo Miotto

Thiene (Vicenza) - Valle del Gulistan, novembre 2010

martedì 21 dicembre 2010

martedì 14 dicembre 2010

A PROPOSITO DI CORRUZIONE


A gennaio di quest'anno una conoscente ha più volte sollecitato una mia presenza a cena perché voleva presentarmi una persona molto interessata ai miei video contro la petrolizzazione dell'Abruzzo.
Ho accettato l'invito, presso un ottimo (e costoso) ristorante di Pescara, dove l'amico della mia conoscente era chiaramente di casa.
Questo personaggio, d'ora in avanti lo chiamerò per esigenze di narrazione "Puffo", faceva di tutto per rendersi simpatico ostentando apertamente i simboli del suo status, orologio d'oro, macchinone tedesco naturalmente di colore nero e con i vetri oscurati e l'immancabile divisa da commis d'affaire d'alto bordo: abito gessato ma con camicia vistosamente aperta sul collo taurino santificato da un barocco crocifisso d'oro.
Nonostante la sua dimestichezza con il menù e la carta dei vini, scelti in base al prezzo, Puffo aveva evidenti difficoltà a gestire la forchetta con la mano sinistra che usava invece per infilzare il pane con candida ignoranza, mentre continuava a parlare masticando.
Mi ricordava la macchietta politica di Albanese.
Iniziammo una conversazione generalista, mi chiese come avevo passato il natale e quando gli dissi che ero stato in una base militare dell'UNIFIL in Libano con i nostri soldati rispose con queste parole: Anche a me piace molto l'Africa, vado sempre a Sharm el Sheik...
Un'altra perla della serata fu quando feci notare che un abruzzese come Corradino D'Ascanio fosse praticamente sconosciuto agli abruzzesi ed infatti lui mi chiese chi fosse.
Per semplificare gli risposi che era l'inventore dell'elicottero e lui, parlando, ridendo e masticando nello stesso tempo disse: Aho, io su quei cosi mica ce volo, io ce tengo alla mia vita!
Poi mi parlò del Pescara Calcio e della Virtus di Lanciano così ben gestite da due belle ragazze abruzzesi e quando capì che non provavo alcun interesse per il calcio e che purtroppo non sapevo chi fossero queste due belle abruzzesi mi guardò con commiserazione, evidenziando una scarsa frequentazione con gli studi dentistici.

Poi venne al dunque: eravamo li a cena perché era rimasto molto colpito dalla bellezza dei miei filmini per il petrolio (sic!) e che soprattutto era rimasto colpito un mai definito presidente, al punto tale che questo presidente avrebbe voluto affidarmi un incarico importante per produrre un bellissimo filmino sull'Abruzzo. Ma il presidente non poteva farlo pubblicamente, perché se no si sarebbe esposto e tutti avrebbero pensato che facesse favoritismi, per questo il presidente aveva incaricato lui, Puffo, di portare avanti la questione.

Mi chiese che macchina avevo, guardò con attenzione il mio swatch da 70 euro, arricciò il naso notando che dalla mia camicia, leggermente aperta sotto un vissuto maglione di cachemire, non appariva nessuna catena o catenina con cristi e santi e quando ci salutammo guardò quasi con apprensione il mio giubbotto di pelle liso dal tempo e che io amo da almeno venti anni come Linus ama la sua coperta.

Dopo qualche giorno una mattina mi chiamò dicendo che sarebbe giunto a Lanciano e che dovevamo sicuramente incontrarci perché aveva delle bellissime notizie per me.

Ristorante di pesce, questa volta solo noi due, solite chiacchiere e alla seconda bottiglia di Pecorino cambia il tono e passa al tu.
Antonè, ma uno bravo come te si capisce che sta facendo tutto questo casino perché sa dove vuole arrivare.

Perché, dove voglio arrivare? gli domando.

Antonè ma se io in questo momento te prometto 25 mila euro, hai capito bene, venti cinque mila euro - scandendo la cifra e battendosi ripetutamente il petto sulla sinistra, dove c'è il cuore ed anche il portafogli - la faresti finita con sta stronzata del petrolio che sta rovinando l'immagine dell'Abruzzo nel mondo, insieme a quella invasata de americana?
Ma che ve siete messi in testa? Quella è un'invasata e se ne sta in America e va bè ma tu sei uno in gamba, se capisce, e con 25 mila euro hai voglia a fare filmini!

Avevo sospettato sin dall'inizio che fosse questo il suo scopo, ma la sua uscita così diretta e la miseria dell'importo mi avevano spiazzato.
Ci pensai un poco, mi versai un po di pecorino dalla seconda bottiglia appena aperta e riordinate le idee gli risposi:
Questi 25 mila euro sono proprio un bel modo per iniziare la nostra collaborazione, la prima tranche necessaria per rafforzare il Movimento (Nuovo Senso Civico ) e trasformarlo in uno strumento molto più forte e organizzato per mandare a casa una classe politica miserrima fatta di personaggi avidi, corrotti, corruttori ed ignoranti.

Il pranzo si concluse praticamente lì perché Puffo si alzò con la seconda bottiglia di Pecorino appena iniziata, senza dolce, caffè e ammazza caffè. Gli avrei voluto dire che io avevo iniziato a fare filmini contro e non per il petrolio abruzzese dopo avere sentito una conferenza di quell'invasata de americana e che questa storia del petrolio in qualche modo aveva cambiato la mia vita ed il senso del mio vivere in Abruzzo, ma non ne ho avuto il tempo. Ho però avuto la freddezza di richiamarlo quando era già alla porta per dirgli che non avevo nessuna intenzione di pagare quel conto: vederlo tornare furente e impacciato verso la cassa, con il ristorante piombato nel silenzio, mi sprigionò una malcelata gioia infantile.

Penso spesso a quella bottiglia di Pecorino di Pasetti pressoché intera ed abbandonata sulla tavola e penso anche a questa storia molto abruzzese perché io un bel filmino sull'Abruzzo in particolare sulla sua classe politica lo vorrei proprio fare.
E magari un giorno o l'altro lo farò, e questo non è un sogno, è una minaccia.

sabato 4 dicembre 2010

LA FUNZIONE DEI MENTORS



L'Afghanistan dei taliban che il mondo civile si è ripreso con le armi di Enduring Freedom, non era uno stato ma un territorio in balia di un'interpretazione restrittiva della shari'a, applicata con estrema crudeltà e che nella sua visione politica sostituiva qualsiasi altra forma di struttura amministrativa, giuridica, sociale e militare.


Subito dopo la loya jirga, la Grande Assemblea  delle tribù afghane, che portò alla formazione del governo provvisorio di Hamid Karzai, nacque la necessità di creare un corpo di polizia che, secondo i canoni dei Lander tedeschi, potesse riprendere il controllo amministrativo e giuridico delle province. L’organizzazione e l’addestramento di questo corpo di polizia infatti fu affidato sino al 2007 proprio alla Germania.

Ben presto risultò chiaro quanto una simile struttura fosse insufficiente a combattere tanto il narcotraffico quanto lo spietato terrore che gli insorgenti continuano tuttora a riservare a tutti coloro che ritengono rei di dialogare con gli infedeli. 
Gli insorgenti individuarono il punto debole dello schieramento del nuovo governo repubblicano proprio nella polizia di ordinamento tedesco, non adeguatamente preparata a condurre vere azioni militari, che dal gennaio 2007 al settembre del 2008 perse ben 1165 uomini, a confronto dei 420 del nascente esercito afghano.  

Era a quel punto evidente che l’unica strada per normalizzare il territorio e far rientrare al più presto a casa i contingenti della coalizione NATO era quella di accelerare la costituzione di un esercito efficiente e motivato, a cui delegare progressivamente le azioni militari ed un controllo reale del territorio e dei confini.
Impresa assai complicata.
La struttura sociale afghana è infatti basata da secoli su ferrei concetti di censo e casta, all’interno dei quali, per esempio, era praticamente improponibile che un Hazara potesse dare un ordine ad un Pashtun.
Forse anche per questo, nonostante una plurisecolare storia di guerre anche vittoriose ma sempre condotte a livello tribale, l'Afghanistan sino alla metà del secolo scorso non aveva un vero e proprio esercito nel senso istituzionale del termine.
Il primo ministro dell'epoca, Mohammad  Daoud Khan cognato del re Zahir Shah e come lui Pashtun, negli anni '50 si rivolse all'Unione Sovietica per la costituzione di un esercito afghano con lo scopo dichiarato di riconquistare militarmente i territori tribali pashtun rimasti all'interno dei confini del neocostituito Pakistan, disegnati nel 1947 dagli inglesi al momento della scissione con l'India.

Da quel momento l'esercito afghano divenne protagonista nella storia sociale e politica afghana che, dopo la sconfitta dell'Armata Rossa, ne ha seguito il travaglio per poi letteralmente evaporare nel corso del regime talebano.

In questo scenario si inserisce il progetto degli OMLT:
trasferire nel più breve tempo possibile il controllo del territorio dalle forze armate ISAF all'Afghanistan National Army (ANA), com'è stato ribadito nel corso dell'ultimo Summit della Nato a Lisbona, 19 e 20 novembre 2010. In questi due giorni è stato evidenziato come l'azione militare della coalizione in Afghanistan sia transitoria e propedeutica al trasferimento all'ANA delle necessarie competenze di controllo e gestione del territorio, portando a 170 mila elementi la consistenza delle forze armate afghane. Tutto questo rispettando le attuali quote etniche che prevedono il 44% di pashtun, il 31% di tagiki, l'11% di hazara, il 9% di uzbeki e il 5% di militari provenienti da altri gruppi minori.


In termini pratici significa insistere sull'organizzazione e l'addestramento di un esercito di 170 mila soldati che, rispettando la rappresentatività del popolo afghano, sia leale nei confronti del governo e in grado di condurre operazioni militari, inizialmente insieme alle forze armate occidentali e poi in totale autonomia.
La nascente forza afghana è stata così divisa in 5 Corpi d'Armata ognuno dei quali inserito in una delle 5 aree militari in cui è diviso L'Afghanistan.

L'Italia, che ad Herat ha il comando del settore occidentale (Regional Command-West) costituito da militari di una dozzina di nazioni, ha tra gli altri compiti quello di “mentorizzare” il 207° Corpo d'Armata Afghano. 
Ma cosa fanno esattamente i mentors italiani, quanti e soprattutto chi sono?
Il compito degli OMLT è quello di insegnare (teach), guidare (coach) e supervisionare (mentor) il personale dell’ANA nella pianificazione, organizzazione ed esecuzione sia delle attività addestrative che operative sul campo; il detto popolare "armiamoci e partite" in questo caso è diventato "ci stiamo armando per partire insieme".
Per questo i Mentors non solo affiancano i loro pari grado durante la fase addestrativa e gestionale, ma sono al loro fianco anche durante le azioni di combattimento sul campo.


Il colonnello degli Alpini Silvio Zagli è il comandante dell'OMLT del Regional Command West con base a Camp Stone, quaranta chilometri da Herat.
Alle sue dipendenze ci sono per il momento circa 300 soldati tra italiani, spagnoli e americani che, in base alla nuova strategia della NATO dovrebbero diventare 400 nei prossimi mesi.
Negli OMLT sono presenti militari di tutte le specialità dell'Esercito che, se dotati dei requisiti previsti, prima di partire devono seguire numerosi corsi di aggiornamento e formazione.
In Italia il compito di formazione dei mentors è demandato al Centro Addestramento Alpino di Aosta propedeutico ad un ulteriore periodo presso il Joint Multinationational Readiness Center di Hohenfels in Germania, dove si svolgono lezioni relative al Military Decision Making Process e attività pratiche sul campo quali convoy operation, search, hambush e altre tattiche di condotta.

Questa è la prima volta che le Forze Armate Italiane sono chiamate a svolgere un tale compito ed i nostri militari considerano questa esperienza esaltante ed unica nonostante l'impegno veramente gravoso ed i rischi a cui sono esposti.
L'attività operativa dei mentors non è certo facile, perché innanzitutto devono capire la mentalità dei soldati afghani senza peraltro tentare di modificarne tradizioni e usanze e soprattutto evitando di cadere in una facile contrapposizione tra il mondo occidentale e quello orientale.

Insieme al colonnello Pierpaolo Lamacchia, ufficiale addetto ai contatti con la stampa, ho avuto occasione di intervistare a Camp Stone il Generale Jalandar Sha Behnam comandante in capo del 207° Corpo d'Armata Afghano:
"Molti sono i cambiamenti, da quando sono incominciate le attività ISAF in Afghanistan...
...i Talebani erano una minaccia per il Governo e la società, ed il popolo non aveva diritti. ISAF ha aiutato il Parlamento ed il Governo, rafforzando la sicurezza nel Paese e incominciando a creare nel popolo una certa stabilità e fede nei propri diritti.
Il lavoro compiuto a fianco della Task Force italiana dà ottimi risultati: afghani ed italiani rappresentano un Team in cui le due componenti sono molto legate e affiatate.
Per noi inoltre è una cosa gratificante vedere come le varie etnie, Tagiki e Pashtun soprattutto, che prima si contrastavano, ora, nell'ANA, trovano il luogo d'incontro per contribuire alla crescita e al rafforzamento del proprio Paese".

Ho poi assistito ad un'esercitazione di un battaglione di artiglieria afghano mentorizzato dai militari italiani, ancora dotato di vecchi obici sovietici ed eterogeneo per quanto riguarda l'età dei suoi componenti ed il loro livello di preparazione e scolarizzazione.
E' stata un'esperienza molto positiva, direi quasi gratificante per il mio nazionalismo, vedere la professionalità e l'autorevolezza dei nostri militari all'opera nonostante le difficoltà ed il disagio di vivere per un anno lontano da casa all'interno di un campo militare in perenne stato di allarme affrontando problemi di tutti i generi,  compreso il problema della lingua: infatti tutte le comunicazioni verso gli afghani avvengono tramite un interprete che traduce dall'inglese al pashto o al dari perché non ci sono interpreti che conoscono l'italiano, per questo motivo tutti i nostri soldati hanno acquisito un'adeguata conoscenza dell'inglese, di fatto lingua ufficiale della Nato.
Inoltre gli armamenti afghani sono in gran parte ancora provenienti dagli arsenali sovietici e per quanto robusti ed essenziali sono ormai obsoleti e notevolmente diversi da quelli occidentali, anche nell'impiego e privi ormai di manualistica e pezzi di ricambio.

La 1a Brigata del 207° Corpo d'Armata afghano è stato il primo reparto addestrato dagli OMLT italiani ad ottenere la certificazione che rende la Brigata idonea ad operare in autonomia sia in termini di combattimento che di sostegno logistico.
Un grande successo per la NATO ma anche per l'Italia.
Proprio per questi risultati la NATO ha deciso di continuare a sostenere i notevoli costi economici relativi a questo progetto e di procrastinare al 2014 il ritiro del grosso delle truppe, ribadendo così il concetto che il compito delle truppe NATO non è di perseguire una vittoria militare sul campo quanto creare i parametri di sicurezza indispensabili per lo sviluppo economico e sociale.


Oltre ai mentors dell'Esercito in Afghanistan opera una task force della Guardia di Finanza, denominata Grifo, per la costituzione di una polizia di frontiera e un nutrito nucleo di Carabinieri che hanno sinora addestrato oltre 4000 membri della polizia afghana ricevendo per questo pubblici complimenti dallo stesso generale statunitense David H. Petraeus, comandante in capo di tutte le forze armate presenti in Afghanistan.

Dopo un anno di collaborazione,  tra i mentors ed i mentorizzati, si creano rapporti di stima e anche di amicizia rafforzati dal fatto che condividono insieme i rischi delle missioni sul campo.
Al momento in Afghanistan le forze armate e di polizia sono le uniche istituzioni presenti capillarmente su quasi tutto il territorio con compiti che travalicano quelli tipici dei militari.
La possibilità di far parte delle forze armate o della polizia è inoltre per i giovani afghani una grande possibilità di crescita sociale e di sicurezza economica. Anche su questi elementi si basa la strategia della coalizione.

La storia afghana ci insegna come la mitologia, nata nell'antichità per rispondere attraverso simboli universali ai perenni dubbi dell'uomo possa essere d'aiuto a ridisegnare il futuro di un popolo in difficoltà da troppi anni. 
Certo, tutto questo per l'Occidente significa accettare grandi costi finanziari e l'eventualità di perdere sul campo altre giovani vite di soldati; l'alternativa è l'indifferenza.

Antonello Tiracchia
(in redazione Francesca Vinciguerra)

 


martedì 30 novembre 2010

PILLOLE DI SAGGEZZA

Ricevo da un mio caro amico questa parabola del Dalai Lama.

 


Hanno chiesto al Dalai Lama:
"Cosa l'ha sorpresa di più sull'umanità?" 
E lui ha risposto:
"Gli uomini, perché perdono la salute per fare i soldi e perdono i soldi per recuperare la salute. 
Perché pensano con tanta ansia al futuro che si dimenticano di vivere il presente, in tale maniera non riescono a vivere né il presente e neppure il futuro.
Perché vivono come se non dovessero morire mai e perché muoiono come se non avessero mai vissuto.
Perché vivono come poveri per poi morire ricchi."



sabato 13 novembre 2010

LE MOGLI AFGHANE TROVANO UN'ARDENTE VIA D'USCITA

Ricevo da Enrica Garzilli del Gruppo "AM_AfPak" questo articolo pubblicato il 7 novembre su The New York Times e dedicato alla triste realtà delle donne afghane di Herat, dove la  Cooperazione Italiana Allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, ha finanziato la costruzione dell'ospedale a cui si fa riferimento nel testo.
L'articolo è di Alissa Johannsen Rubin

La traduzione e l'adattamento di Francesca Vinciguerra

 

HERAT, Afghanistan  

Persino le famiglie più povere in Afghanistan hanno fiammiferi e combustibile per cucinare, combinazione che permette la vita, ma che  può anche diventare il mezzo per un'orribile via d'uscita: dalla povertà, dai matrimoni forzati, dall'abuso e dallo sconforto che spesso sono il destino delle donne afghane.

La notte prima di darsi fuoco Gul Zada portò i suoi figli a casa della sorella, per una festa in famiglia. Tutto sembrava andar bene. Più tardi venne fuori che lei non aveva comprato un regalo e che un parente l'aveva rimproverata per questo, dice suo figlio Juma Gul.

Apparentemente fu questa piccola situazione a farla crollare. Zama, che allora aveva 45 anni, madre di sei figli, e che guadagnava qualcosa pulendo piccole case, arrivò all'ospedale di Herat con ustioni su quasi il 60 % della superficie corporea. Sopravvivere è difficile, anche con il 40% del corpo sano.

Era bruciata dalla testa ai piedi.” Ricorda suo figlio.

Questo ospedale è l'unico centro medico in Afghanistan che tratta nello specifico vittime di ustioni, forma di suicidio comune in questa regione, anche perché gli strumenti per farlo sono così prontamente disponibili. Dai primi di ottobre di quest’anno 75 donne sono arrivate con ustioni - la maggior parte auto inflitte, altre che cercavano di apparire come tali – quasi il 30% in più dell'anno passato.

Ma i numeri raccontano meno delle storie delle pazienti.

Qui è motivo di vergogna ammettere che si hanno problemi all'interno della famiglia e spesso le  infermità mentali non sono diagnosticate o non vengono trattate.
Lo staff ospedaliero dice che probabilmente Zada soffriva di depressione. Le scelte per le donne afghane sono terribilmente limitate. La famiglia è la loro vita. Per loro ci sono pochissime possibilità di avere un’educazione o di scegliere chi dovranno sposare, ma nessuna possibilità di decidere il proprio ruolo all'interno della propria casa. Il loro compito primario è di servire il marito. Fuori da questo mondo sono delle emarginate.

Se scappi di casa puoi essere rapita, oppure messa in prigione e rimandata a casa. Allora cosa sarà di te?” si domanda Rachel Reid, una ricercatrice per Human Rights Watch, che si interessa  della violenza sulle donne. Le donne che tornano a casa vengono spesso picchiate o uccise per omicidi d'onore, poiché la famiglia teme che abbiano passato con un uomo il tempo in cui non erano accompagnate.  Le donne e le ragazze sono tuttora lapidate fino alla morte. Quelle che bruciano e sopravvivono sono condannate ad un'esistenza da Cenerentola, mentre i loro mariti sposano altre donne, donne sane.

La violenza sulle donne afghane viene da ovunque: dal padre, dal fratello, dal proprio marito, o dal suocero, dalla suocera o dalla cognata.” dice la dottoressa Shafiqa Eanin, chirurgo plastico all'ospedale di Herat, che normalmente ha dieci casi di donne ustionate per volta.

I più macabri casi di ustioni sono gli omicidi mascherati da suicidi, dicono i dottori, gli infermieri e coloro che si occupano di diritti umani.

Proprio ora abbiamo qui due donne a cui è stato dato fuoco dalle suocere e dai mariti.”, dice il dottor Arif Jalali, il capo chirurgo dell'ospedale.

I dottori citano recenti casi in cui le donne dopo essere state picchiate dai loro mariti o dai loro suoceri, hanno perso conoscenza, si sono svegliate all'ospedale e si sono ritrovate bruciate perché spinte a forza nel forno o sui fornelli.

Per un numero veramente piccolo di donne che sopravvivono alle ustioni, sia che se le siano inflitte da sole, sia che siano state loro provocate, l'esperienza è un tragico passaggio che le aiuta a cambiare vita. Alcune di loro collaborano con avvocati consigliati dall'ospedale e chiedono il divorzio. Altre no.

Avvilita e sfrontata
Fotografia di Lynsey Addario per The New York Times
Farzana, a sinistra, all'ospedale per ustioni di Herat con la madre. Lei si diede fuoco quando suo suocero la spinse  a farlo

Chiesta in moglie a 8 anni - e sposata a 12 - Farzana si dà fuoco dopo che suo suocero la sminuisce, dicendo che non avrebbe avuto il coraggio di farlo. Aveva 17 anni e da allora subisce abusi da suo marito e dalla sua famiglia.

Farzana, sentendosi avvilita con un atto di sfida va nel giardino e consegna sua figlia di nove mesi al marito, perché non veda la madre bruciare. Quindi si versa addosso il combustibile per cucinare.

Mi sentivo così triste, avevo tanto dolore nel mio cuore, ed ero così arrabbiata con mio marito e i suoi genitori che presi i fiammiferi e mi diedi fuoco.”

Quella di Farzana è la tipica storia di disperazione a cui conducono le angherie inflitte dai suoceri alle mogli dei loro figli. Le statistiche delle Nazioni Unite indicano che almeno il 45% delle donne afghane si sposano prima dei 18 anni; una larga percentuale prima dei 16. Molte ragazze sono date in moglie come pagamento di debiti, il che le condanna ad una vita di servitù e nella maggior parte dei casi di abusi.

Farzana era una brillante bambina che aveva sognato di diventare maestra, amando la poesia e il linguaggio di Dari. Ma venne promessa in matrimonio al figlio della famiglia che stava provvedendo a trovare una moglie per suo fratello e quando ebbe 12 anni i suoceri insistettero che era tempo di sposarsi. Il suo futuro marito aveva appena compiuto 14 anni.

Il giorno del matrimonio mi picchiò quando mi svegliai, e mi urlò contro.” racconta favoriva sempre sua madre, e usava brutte parole quando parlava di me.”

Il pestaggio andò avanti per quattro anni, poi il fratello di Farzana prese in sposa una seconda moglie, oltraggio per i genitori di suo marito. I maltrattamenti peggiorarono. Le impedirono di vedere sua madre e il maritò cominciò a picchiarla più spesso.

Ho pensato di fuggire di casa, ma poi mi son detta: cosa accadrebbe al nome della mia famiglia?” racconta ancora “Nessuna ha mai chiesto il divorzio, come potrei essere la prima?”.

I dottori e le infermiere dicono che specialmente nei casi che coinvolgono le ragazze più giovani, la sensazione di sentirsi in trappola e il desiderio di disonorare i propri mariti nell'ambito del loro controllo, fa esplodere la loro rabbia.

Questa è la verità di Farzana.

La cosa che mi ha convinto a darmi fuoco è stata l'affermazione di mio suocero: non hai il coraggio di farlo.” Continua.

Ma lo ha fatto, e quando le fiamme si sono spente il 58% per cento del suo corpo era ustionato. Quando un parente spinge a forza il suo corpo nella macchina, il marito dice: ”Se nessuno te lo chiede, non fare il mio nome. Dì che non c'entro niente”.

Dopo 57 giorni di ospedale e continui trapianti di pelle, Farzana è di nuovo a casa con sua madre e lacerata tra le tradizioni familiari e la sensazione che si ha bisogno di un nuovo modo di pensare.

La figlia di Farzana è cresciuta dalla famiglia del marito, madre e figlia non hanno il permesso di vedersi. Nonostante questo lei dice di non poter tornare indietro in casa del marito.

Ho passato cinque anni in quella casa, con quelle persone” dice “il mio matrimonio era per altri. Non avrebbero mai dovuto forzarmi in un matrimonio da bambina.”

Pensiero comune

Perché le donne si danno fuoco piuttosto che scegliere altre forme di suicidio?

Una ragione è la povertà, spiega il dottor Jalali. Molte donne, sbagliando, pensano che la morte sia istantanea. Halima, di 20 anni, paziente nell'ospedale in agosto, racconta di aver considerato l'ipotesi di gettarsi dal tetto, ma era preoccupata di riuscire solo a rompersi una gamba. Se si fosse data fuoco invece “sarebbe tutto finito”.

Questo tipo di suicidio è più comune ad Herat e nell'Afghanistan occidentale che in altre parti del paese. La vicinanza dell'area all'Iran forse può spiegarne il motivo. In Iran infatti è molto diffuso questo tipo di suicidio.

Diversamente da altre donne ricoverate nell'ospedale, Zada non mostrava segni esteriori di depressione prima di darsi fuoco. La sua vita, comunque, era difficile. Suo marito è un mezzadro. Durante il giorno lei puliva le abitazioni altrui e la notte rimaneva sveglia per pulire la propria, lavoro quasi impossibile nelle due misere camere di terra e mattoni sferzate dai venti di Herat, che portano un nuovo strato di polvere ad ogni aprire di porta.

Per la famiglia, lei doveva provvedere a tutto, costantemente. “Prima di poter solo pensare di volere qualcosa, lei me l'aveva già procurata.” ricorda Juma Gul, suo figlio più anziano, di 32 anni, lavoratore che guadagna all'incirca $140 al mese. “Cuciva i nostri vestiti cosicché non pensassimo di averne meno di altri.

Mentre parla, le sue due sorelle gemelle di 10 anni sono sedute accanto a lui con in mano una foto della loro madre.

All'ospedale in un primo momento Zada aveva dato segno di riprendersi, e Juma era incoraggiato, ignaro di quanto potesse esser difficile sopravvivere con ustioni così estese. Questo è vero soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dice il dottor Robert Sheridan, principale della chirurgia allo Shriners Burn Hospital di Boston e chirurgo traumatologo al Massachusetts General Hospital.

Il rischio più grande è la sepsi, un'infezione mortale che spesso comincia dalla seconda settimana dopo l'ustione, ed è difficile da fermare, dice il dottor Sheridan. Anche gli ustionati peggiori e i pazienti infetti possono parlare nell'ora vicina alla loro morte, e questo dà false speranze ai parenti.

Lei stava migliorando” insiste suo figlio.

Ma l'infezione infatti era penetrata, e la famiglia non aveva il denaro per antibiotici più potenti che le potessero garantire anche la più piccola speranza di sopravvivenza. Juma Gul infine pensò di poter raccattare il denaro mendicando, ma non prima che l'infezione si propagasse.
Due settimane dopo che sua madre si era data alle fiamme, Juma  era al suo fianco quando lei smise di respirare.