Il confronto genera conoscenza, libertà e democrazia. L'indifferenza e l'ignoranza generano corruzione e malgoverno. Il dogma e il pregiudizio ideologico generano integralismo e conflitti.

giovedì 24 febbraio 2011

FUORI DAL CORO DEGLI OCCIDENTALI NEMICI DELL'OCCIDENTE


Questo articolo di Giulio Meotti de Il Foglio rafforza quanto esposto nel post precedente.  
Credere che dopo le rivolte popolari in Nord Africa nasceranno delle democrazie laiche ed illuminate è come credere che Berlusconi stia lavorando per diventare - con il nome di SILVIO I - il prossimo papa riformatore della Chiesa Cattolica.

Dopo trent'anni d'esilio Qaradawi torna al Cairo: “Libereremo al Aqsa”
L'imam dei Fratelli Musulmani proclama: La rivoluzione continua.
In Egitto arrivano altri partiti islamici.


Avete vinto sul faraone ha proclamato il 18 febbraio lo sceicco Yusuf al Qaradawi ai due milioni di manifestanti raccolti in piazza Tahrir al Cairo. La Bbc ha commentato che ...c'erano più persone raccolte in preghiera nella piazza egiziana che in tutta la Mecca. Era la Marcia della Vittoria, a una settimana dalla caduta del regime egiziano. Versetti del corano hanno scandito il discorso di Qaradawi, guru dei Fratelli Musulmani. Il termine “faraone” fu usato per la prima volta dagli islamisti contro il presidente Anwar al Sadat, ucciso da un commando terroristico nel 1981 (Assassinio di un Faraone è anche il titolo di un film iraniano che celebra l'assassinio di Sadat ad opera dei fratelli Musulmani). Il 1981 fu l'anno in cui proprio Qaradawi fu bandito dall'Egitto: il regime di Mubarak da allora gli ha impedito di tenere sermoni nelle moschee, individuandolo come predicatore dell'odio.
Il celebre arabista Barry Rubin paragona il ritorno di Qaradawi al Cairo e quello dell'ayatollah Khomeini a Teheran: ...il 18 febbraio è un punto di svolta nella storia egiziana, dice Rubin.
Anche l'emittente al Arabija individua in Qaradawi la figura religiosa che finora era mancata alla rivoluzione egiziana.
Bandito dagli Stati Uniti, Qaradawi fa base a Doha, protetto dall'emirato del Qatar, dove è diventato una star di al Jazeera. l'emittente satellitare più seguita dalla popolazione araba.
Qaradawi è nato in Egitto e si racconta che prima di compiere dieci anni avesse già memorizzato il Corano. Di fatto rappresenta oggi la voce spirituale dei Fratelli Musulmani, la formazione islamista decisiva nel dopo Mubarak. Le sue idee lo resero inviso all'ex re egiziano Farouq, che nel 1949 lo condannò al carcere. Poi è stato imprigionato per altre tre volte da Nasser e, nel 1961, ha scelto l'esilio. ...la rivoluzione che voi giovani avete fatto il 25 gennaio non ha vinto solo su Mubarak ma anche sui ladri e sui truffatori che c'erano in Egitto, ha detto Qaradawi ieri in piazza Tahrir. ...la rivoluzione continua... Qaradawi ha poi proclamato: ...riusciremo a liberare Gerusalemme e a entrare in Palestina. Ho un sogno che è quello di tenere un sermone nella moschea di al Aqsa. 
L'imam Qaradawi ha appena invocato la nascita di un nuovo Egitto con una diversa filosofia e Costituzione. Il massimo esperto di Iran dell'Università di Stanford, Abbas Milani, ha detto che ...i Fratelli Musulmani vogliono creare un governo basato sulla Sharia. E infatti Muntaser al Zayyat, grande conoscitore dei movimenti religiosi egiziani, ieri ha confermato che ...presto si svilupperanno molti partiti islamici in Egitto. Sono note le fadwe di Qaradawi. Come quella che giustifica gli attacchi terroristici contro i civili israeliani. Il kamikaze che si fa saltare in un bar, in una strada, in un bus a Tel Aviv secondo Qaradawi è un vero martire... L'uccisione di americani è un obbligo, ha stabilito nel 2004 in piena guerra irachena. Per Qaradawi ...la libertà dev'essere al servizio dell'islam, mentre Europa ed America sono comunità di nudisti. Sugli omosessuali e la laicità Qaradawi ha detto che la società va mondata dagli elementi pervertiti, perché la laicità non è che ateismo e negazione dell'Islam.
Ieri al Cairo Qaradawi ha chiesto all'esercito di ...aprire le frontiere con la Striscia di Gaza. I Fratelli musulmani vogliono legittimare Hamas.
Rubin definisce Qaradawi ...un ideologo brillante ed innovativo, tatticamente flessibile e strategicamente sofisticato. Ancora più di Osama Bin Laden, Qaradawi per Rubin ha rivoluzionato l'islamismo. Qaradawi è stato decisivo nel legittimare le proteste al Cairo. Ha sancito che la partecipazione alle proteste è un dovere religioso, dato che Mubarak è ...un peccatore che uccide la propria gente. Ha stabilito che coloro che hanno perso la vita negli scontri sono martiri. Su al Jazeera si è augurato di morire uccidendo ebrei: Colpirò i nemici di Allah, gli ebrei, e loro mi lanceranno una bomba, e a quel punto finirò la mia vita con il martirio.
Giulio Meotti
(In redazione Francesca Vinciguerra)

mercoledì 23 febbraio 2011

IL DOGMA E' LA BASE DEL DERBY.


"Se il nostro avversario non crede alla rivelazione divina, non vi è più alcun mezzo di provare gli articoli di fede col ragionamento, ma solo di rispondere alle sue obiezioni – se ne ha – contro la fede".
Così scriveva San Tommaso D'Aquino nella sua Summa Theologiae.
Io che non sono un esperto di dottrine religiose interpreto così il concetto di dogma che normalmente sorregge il pregiudizio ed il fondamentalismo: "Visto che ci stiamo confrontando, per caso o per forza,  io  forse  ti ascolterò ma tu devi sapere che qualunque cosa dirai per sostenere la tua argomentazione hai torto perché io e solo io ho ragione!"
E' un po quello che succede durante i derby calcistici dove i tifosi odiano e disprezzano i sostenitori delle squadre avversarie a prescindere da ogni logica valutazione.
La storia, quella vera, quella che segna la vita dei popoli non è una partita di calcio né una lezione di catechismo, eppure il pregiudizio, il fondamentalismo ed il dogma riducono il confronto politico e la libera informazione alla sciocca vacuità di un derby calcistico.
Infatti il dogma e il fondamentalismo sono parenti stretti dell'indifferenza che a sua volta è l'espressione evidente di una paralisi dell'anima perché, eliminando il dubbio che è la spinta basilare dell'evoluzione del pensiero occidentale, il libero arbitrio viene incartato in una dimensione di morte prematura.
Non sto inoltrandomi in concetti religiosi, che ignoro e di cui tra l'altro non mi importa nulla, sto solo cercando di dire che  parlando in termini  politicamente scorretti esistono due categorie di individui : quellochecrede e quellochepensa.
Quellochecrede è schierato ciecamente da una parte - non è importante se di destra o di sinistra  - che gli somministra concetti precotti e proprio per questa dipendenza culturale ed incapacità di analisi e di giudizio è convinto di avere sempre ragione e per dimostrarlo è pronto anche ad atti infamanti come l'omicidio ed anche il genocidio.
Quellochepensa può anche trovarsi in posizione critica verso quelli che sono i valori fondanti del mondo in cui vive e che difende, perché è cosciente delle numerose inadempienze che ancora convivono nelle democrazie occidentali. Allo stesso tempo si rende anche conto che nonostante tutto le democrazie occidentali, spesso conquistate o imposte con le armi, sono le realtà in cui un essere umano se potesse scegliere a priori vorrebbe nascere e vivere e che proprio per questo vanno potenziate, difese ed esportate.

Il nocciolo duro delle democrazie occidentali è costituita dalla middle class o, se preferite, dalla borghesia che è di fatto inesistente in gran parte dei paesi islamici, nessuno dei quali è governato da una vera democrazia perché  esistono ancora forti preconcetti di casta e di censo. In Pakistan per esempio, dove esiste una middle class in crescita, laica e sempre più scolarizzata i taliban  distruggono le scuole femminili e colpiscono i loro insegnanti perché sanno che un individuo che pensa con il suo cervello - tanto più se una donna -  per il fondamentalismo è molto più pericoloso di un fucile puntato.
In occidente, ed in particolar modo in Italia, mentre parte del proletariato si identifica sempre più nei valori del sistema economico e sociale della borghesia - mirando a rafforzare attraverso il voto il concetto di democrazia  - esiste una parte di borghesi che disprezza ed avversa il mondo che permette loro di vivere secondo canoni di agiatezza e di libertà.
Queste persone - pur acculturate, laiche ed informate - spesso sono condizionate da inspiegabili pregiudizi ideologici
Di fronte all'ondata di ribellione che sta attraversando il Nord Africa questa parte dell'elettorato occidentale plaude in modo acritico ai rivoltosi che vede, giustamente, come combattenti per la libertà ignorando però il fatto che la miseria e l'ignoranza sono il terreno ideale per la crescita dell'integralismo religioso e che le possibilità che questi coraggiosi ribelli riescano ad instaurare nei loro paesi una democrazia vera sono praticamente nulle.
Il mondo islamico non ha mai smesso di sognare il Grande Califfato, dove il dogma religioso sottomette e condiziona pesantemente la vita civile privando l'individuo della libertà più importante, quella di pensare con la propria testa. Pertanto immaginare che l'integralismo islamico si faccia sfuggire di mano la grande opportunità di impossessarsi dell'Egitto, della Tunisia e della Libia e permetta la nascita di governi democratici è una sciocchezza a cui crede solo chi ha una visione preconfezionata della storia e non accetta la dura realtà delle cose.
Se tutti noi occidentali, forti  dei nostri valori di libertà e di giustizia ma anche come difensori coscienti dei nostri interessi, non sapremo governare l'ondata di rinnovamento che sta attraversando l'islam mediterraneo nei prossimi anni potremmo trovarci a rimpiangere dittatori del calibro di Mubarak e delinquenti psicolabili come Gheddafi.
(Antoine Khan)



sabato 5 febbraio 2011

COSE MAI SCRITTE

"...in pratica ci avevano teso una trappola. Sapevano già che noi saremmo andati lì e che cosa avremmo fatto, così hanno aspettato, magari nascosti nelle stesse case che noi avevamo visto da fuori senza entrare perché è vietato. Hanno il senso della guerra nel sangue e non hanno paura. Quando sembrava tutto a posto e ormai senza più tensione e stavamo tornando ai blindo hanno iniziato a spararci. Un fuoco da professionisti, brevi raffiche ma continue e soprattutto mirate e sparate da molti punti. Sparavano da dietro le case dove prima davanti c'erano gli abitanti del villaggio e noi ci siamo trovati tagliati fuori coperti da un muro di fango. Appena tiravamo fuori la testa arrivava una scarica di colpi. Il comandante era incredibilmente calmo mentre parlava per radio ma era chiaro che stavamo in una brutta posizione, ci ha detto di spostarci sulla sinistra, eravamo troppo ammucchiati. Ho seguito il muro, avevo il cuore che mi batteva forte ma non avevo paura. Ad un tratto il muro, che non sono mai dritti, è finito e poi c'era un altro muro non in linea e mi sono trovato nello spazio vuoto tra i due, allo scoperto, ho visto quattro di loro che avanzavano verso la posizione che avevo lasciato alla mia destra. Ci stavano accerchiando. Avevano l'RPG e stavano forse a meno di settanta metri da noi. E' durato tutto una frazione di tempo, anche loro hanno visto me e il mio compagno ed abbiamo sparato insieme, noi e loro. Quando ci ripenso mi sembra di vedere un film al rallentatore, invece è durato il tempo di sparare una ventina di colpi con la mia minimi; tre gli ho visti cadere e un quarto con il lancia razzi è scappato dietro le case. All'improvviso hanno tutti smesso di sparare per qualche secondo. Si sentivano delle grida concitate verso il luogo dove era scappato quello con il lanciarazzi. Vedevo chiaramente uno dei tre che avevamo colpito steso a terra, con la camicia bianca sporca di sangue, gli altri due li intravedevo, uno sembrava muoversi. Si sentivano dei lamenti. Poi ad un tratto hanno incominciato a suonare le chitarre dei Lince (le mitragliatrici Browning cal. 12,7 montate sui VTLM Lince. NdR). Un gran casino, la reazione è stata fortissima. Per me era la prima volta. Non avevo avuto paura, la sera ho dormito per la stanchezza ma ero agitato. Ho parlato con il Cappellano. Non racconto mai questa storia, è come un film in bianco e nero visto tanto tempo fa. Anche quel giorno non sono riusciti a fregarci. Ci hanno provato tantissime altre volte ma le hanno sempre prese. Molti di noi dicono che hanno fatto l'attentato con l'auto bomba perché con noi sul campo hanno sempre perso.Vuoi sapere se è cambiato qualche cosa? No. Ma a volte mi domando: perché io?"

COMMENTO DI RISPOSTA ALLE NUMEROSE EMAIL RICEVUTE
Ho ricevuto molte e mail discordanti su questo pezzo che è rimasto a lungo nel cassetto e che pubblico depurato di riferimenti. Il problema è sempre politico. I soldati fanno "anche" azioni umanitarie ma si deve accettare il fatto che il loro compito è un altro e che le missioni d pace sono "dentro" i conflitti. Nascondere che cosa fanno ed edulcorare le notizie, oltre ad essere l'esatto contrario del concetto di democrazia, è un atto di ipocrisia che non paga e soprattutto è un atto di viltà nei confronti dei soldati che operano su mandato del Parlamento e a volte ci lasciano la vita o rimangono feriti anche in modo grave. Molti soldati italiani hanno visto i loro colpi andare a segno ed altri esseri umani "cadere" e questi soldati hanno il diritto di sapere che la nazione capisce il gravoso significato morale del loro impegno. Non riconoscere questo significa accettare il fatto che il Parlamento considera i cittadini dei sudditi e che i cittadini a loro volta sono felici e soddisfatti di essere trattati come tali. La RAI - società pubblica pagata direttamente e indirettamente dai cittadini italiani per avere in cambio informazione e conoscenza - non ha una trasmissione dedicata a quello che avviene in Afghanistan e su come vivono e perché a volte muoiono i nostri ragazzi. Lo fa SKY una società straniera che trasmette in chiaro solo agli abbonati. Questo mi indigna ma mi fa capire molte cose.

mercoledì 2 febbraio 2011

RADIO SADA-e-AZADI WEST

Mentre sorvoli con l'elicottero il territorio a sud di Farah rimani colpito dal continuo susseguirsi di montagne aspre e sassose che si innalzano su ampie pianure desertiche. 
Intuisci la presenza dell'uomo dai solchi delle antiche carovaniere da cui si diramano flebili sentieri che, seguendoli con lo sguardo, ti fanno scoprire piccoli e rari agglomerati di case dello stesso colore del terreno, quasi invisibili già a poche centinaia di metri di quota.
Questi villaggi, che non sono segnati neppure sulle carte, rappresentano un mondo fermo, ormai incapace di sopravvivere secondo i suoi criteri millenari e reso inabile, dalla povertà e dall'ignoranza derivante dall'analfabetismo, ad organizzare un futuro diverso.
Solo il 5% della popolazione afghana è alfabetizzata e vive soprattutto nelle città e nei paesi più grandi che, con i loro sobborghi,  accolgono gran parte degli abitanti, stimati tra i 30 ed i 32 milioni. 

    
      Foto ©GIUSEPPE LAMI

Questo vuol dire che ci sono milioni di esseri umani totalmente abbandonati a se stessi, tagliati via da qualsiasi possibilità di sviluppo economico e sociale. Le costruzioni di fango in cui vivono sono prive di acqua, servizi igienici, fonti di energia e sono situate in un ambiente in cui la temperatura d'inverno scende sotto lo zero e d'estate raggiunge e spesso supera i 46 gradi.
In questi villaggi la popolazione vive in totale promiscuità, con pochissimi contatti con il mondo esterno ed i bambini subiscono abitualmente abusi sessuali.
Parlare della condizione delle donne è inutile: in questa realtà le donne non hanno una condizione!
Non esistono televisione, radio, telefono, internet, giornali, assistenza sanitaria e istruzione che aiutino a superare i limiti oppressivi e spesso crudeli della sharia, la legge sacra dell'islam, interpretata qui secondo schemi primitivi.
Questi villaggi sono i grandi vivai di manovalanza degli insorgenti così come il degrado urbano, la corruzione, l'ignoranza e la povertà costituiscono in certe zone del sud Italia l'ufficio di collocamento per la delinquenza organizzata.

   
     Foto ©GIUSEPPE LAMI

Per ISAF è essenziale creare canali di comunicazione con la popolazione di questi villaggi per conquistarne la fiducia e poterla coinvolgere nei numerosi progetti di sviluppo sociale ed economico in corso di attuazione da parte della comunità internazionale. 
Per questo motivo nel Regional Comand West è operativo uno speciale reparto dell'Esercito Italiano, il 28° Reggimento Comunicazione Operativa Pavia che, nonostante il nome, ha la sua sede a Pesaro.
Il Pavia è l'unico Reparto dell'Esercito e delle Forze Armate italiane specializzato nelle cosiddette "Comunicazioni  Operative" o PsyOps (Psycological operations) che si possono sintetizzare in tutte quelle azioni che permettono di creare, consolidare o incrementare il consenso della popolazione locale.
Il volo su Vienna della Pattuglia Serenissima di Gabriele D'Annunzio, con il famoso lancio di volantini, o le trasmissioni di Radio Londra durante la Seconda Guerra Mondiale rappresentano due casi tipici e storici di PsyOps.
La task force del Pavia che ha base ad Herat è costituita da una trentina di soldati specializzati che per svolgere la loro attività utilizzano anche metodi solo apparentemente superati, come gli annunci a mezzo altoparlanti o, per raggiungere con facilità i villaggi più lontani, la disseminazione aerea di volantini.
In questo caso i tecnici del "Pavia" studiano il messaggio insieme a collaboratori afghani e preparano gli impianti digitali per la stampa che in base al concetto cash to work viene affidata a ditte locali. I messaggi stampati sono spesso realizzati con fumetti per superare il gap dell'analfabetismo e vengono concepiti in modo tale che sia ben chiaro per chi li riceve riconoscere la fonte che li ha generati. 
Per affrontare specifici argomenti il reggimento realizza anche spot televisivi e radiofonici che vengono messi in onda acquistando gli spazi dalle emittenti locali.
La mission del 28°Reggimento Pavia in Afghanistan è quella di sviluppare una positiva percezione della popolazione nei confronti del Governo Afghano e delle sue Forze Armate e spiegare il ruolo delle Forze ISAF ma anche di promuovere il processo di reintegrazione degli insorgenti che decidono di deporre le armi.
Ad aprile del 2010 il Regional PsyOps di Herat ha aperto una stazione radio - Radio Sada e Azadi West (La Voce della Libertà) - che trasmette un palinsesto di notizie, rubriche ed approfondimenti in dari e pashto, le lingue locali.
Radio Sada e Azadi West è parte del network radiofonico di ISAF che con le sue frequenze e l'integrazione con il web copre tutto il territorio afghano.
E' una radio dedicata all'informazione e all'intrattenimento con le rubriche inserite in un palinsesto dove la musica afghana e dell'area asiatica  rappresenta attualmente il 60% del clock.
La gestione tecnica ed operativa è affidata ai militari italiani del Pavia, tra cui elementi della Riserva specializzati in comunicazione, mentre i giornalisti sono tutti afghani e parlano correttamente l'inglese.
Nelle trasmissioni vengono naturalmente illustrati i successi delle Forze di Sicurezza Afghane contro il narcotraffico e gli insorgenti, ma anche le iniziative del nostro contingente militare che spesso opera in sintonia con le ONG o con la cooperazione del nostro Ministero per gli Affari Esteri.
Per facilitare i contatti con le popolazione che vive più lontana dai grandi centri abitati i soldati del Reggimento svolgono un'attività di Relations Building Items cioè la distribuzione di oggetti che aiutano a costruire relazioni  come quaderni, penne, opuscoli, borse e sacche, torce senza batterie, palloni da calcio e altri gadgets;  nel caso specifico della radio i Relations Building Items sono costituiti da migliaia e migliaia di radioline verdi che possono funzionare anche a energia solare o con una manovella che aziona una dinamo con la quale è possibile caricare anche la batteria di un cellulare.


Radio Sada e Azadi è seguitissima, sia per gli argomenti trattai (lo sport, la vita di personaggi famosi, la vita ed i diritti delle donne, la salute, il mondo dell'infanzia) sia per la qualità del segnale che per la professionalità con cui vengono trattate le informazioni. Inoltre le radioline distribuite dal Reggimento Pavia oltre che sulle FM possono essere sintonizzate sulle altre lunghezze d'onda permettendo così di ascoltare anche altre stazioni radio facilitando il processo di analisi e di critica, indispensabile per ottenere il consenso.

Anche questo è un modo per riportare l'Afghanistan nell'alveo della normalità.
Certo è difficile stabilire il significato ed i limiti di ciò che è normale, ma usando parole semplici, si potrebbe dire che le cose incomincino a diventare normali quando, come alternativa al terrore, alla violenza, al sopruso, all'ignoranza ed alla miseria, iniziano a sorgere nuove aziende (400 nella sola Herat) e quindi opportunità di lavoro, si aprono ospedali ed ambulatori ma anche banche e istituti per il credito al consumo, le automobili vengono targate, gli importatori iniziano a pagare le imposte doganali, i bambini e soprattutto le bambine vanno a scuola, è possibile incontrarsi al caffè e parlare di tutto, oppure farsi radere in un negozio di barbiere e comprare libri e giornali da leggere liberamente. La normalità ha inizio anche quando  le questioni vengono risolte nelle aule dei tribunali e non a colpi di AK47 o di pugnale e nascono le rappresentanze politiche e sindacali e la popolazione viene censita e dotata di documenti di identificazione.
Tutto questo per noi europei è normale al punto tale che ci siamo scordati del percorso con cui le abbiamo conquistate. 
Se poi in Afghanistan c'è una  minoranza che si oppone a questa normalizzazione con le armi ed il terrore e che viene contrastata dal governo legittimo anche con le armi qualcuno in Europa dice che l'Afghanistan è stato invaso da una coalizione di cattivi, dimenticando o ignorando che i cattivi sono intervenuti su un mandato dell'ONU.

Questa è naturalmente un'esemplificazione estrema ma sicuramente superiore alla conoscenza media che gli italiani - compresi molti parlamentari - hanno della situazione afghana.
A parziale attenuante di questa disinformazione si deve accettare il fatto che i nostri quotidiani più importanti ed i TG nazionali  dedicano pochi spazi striminziti e superficiali alla politica estera ed alle questioni internazionali.


giovedì 13 gennaio 2011

AFGHANISTAN: COME QUEL PASTORE ERRANTE PER L'ASIA...


25 dicembre 2010 - Trasferimento con un elicottero EH101 della Marina Militare verso Farah - Foto di Giuseppe Lami



Il linguaggio militare NATO è pieno di acronimi, servono a far comunicare tra loro soldati che parlano lingue diverse, come per esempio un turco con un lituano.
FOB è l'acronimo di Forward Operating Base, ossia base operativa avanzata. 
Nella FOB di Farah ha sede il comando del Reggimento Lagunari Serenissima, con un rafforzamento di carri leggeri da ricognizione Dardo del 1° Reggimento Bersaglieri di Cosenza. Questo insieme di uomini e mezzi rappresenta il Gruppo di Manovra della Brigata Alpina Julia che ha il comando di tutta la regione occidentale afghana.
La FOB di Farah, seppure ci si viva in tenda,  è una base relativamente comoda condivisa con gli americani che hanno qui una  reparto MEDCAP dotato di un centro di chirurgia molto organizzato ed una intensa attività CIMIC per interventi umanitari e sociali.   
Sopra la base staziona, come un cane da guardia, un pallone frenato pieno zeppo di chip, sensori e computers in grado di segnalare e monitorare movimenti di uomini a circa 25 chilometri di distanza.

25 dicembre 2010 - L'arrivo del C130J del Generale David Petraeus a Farah - Foto di Giuseppe Lami
Sono arrivato a Farah il giorno di Natale con un elicottero della Marina Militare; che fosse Natale me ne sono accorto per la quantità di presepi, tutti realizzati con rara abilità usando materiali di recupero, presenti in ogni crocevia tra le tende ma anche per l'arrivo improvviso del C130 del generale David Petraeus. Il generale 4stars è venuto a portare gli auguri ai suoi soldati, italiani compresi, per poi ripartire rapidamente per andare ad incontrare il Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini a Bakwa, utilizzando l 'EH101 della nostra Marina Militare da cui ero appena sbarcato.
25 dicembre 2010 - Il colonnello Giovanni Parmeggiani comandante del Reggimento Lagunari Serenissima riceve il generale David Petraeus appena sbarcato sull'aviosuperfice di Farah - Foto di Giuseppe Lami

Nonostante il giorno di festa la base era in gran fermento con i meccanici a lavorare sino a notte fonda intorno ai Lince e ai Dardo in un continuo susseguirsi di breefing a vari livelli, mentre i lagunari pulivano le armi e chiudevano borsoni e zaini.
La sera del 25 dopo la messa alcuni soldati americani sono venuti in visita presso la zona italiana ed hanno offerto dei cakes inviati dai loro concittadini insieme a tanti piccoli regali, non indirizzati a qualcuno in particolare ma ai soldati americani in quanto tali: dolci, libri, abbonamenti a riviste, dopobarba, calzettoni da montagna... Un modo dell'America per dire ...grazie  soldato per quello che stai facendo per me. So che stai rischiando la tua vita in un posto che non so neppure trovare sulla mappa, ma grazie a te posso mangiare il tacchino e bere il vino della California nella mia casa calda, insieme alla mia famiglia oggi che è Natale e avere così una concreta certezza che tutto questo durerà ancora!
Il giorno dopo sono partito con una colonna motorizzata per raggiungere un'altra FOB, quella di Bala Baluk, presidiata dalla II Compagnia del Reggimento Lagunari con i quali nei mesi passati avevo condiviso un'esercitazione nella laguna veneta. In quell'occasione ho incominciare a capire di che pasta sono fatti i Lagunari, orgogliosi del loro ruolo e del significato delle loro mostrine con l'effige del leone di San Marco. Per evitare ogni dubbio sulla loro specialità anfibia hanno trasportato da Venezia all'Afghanistan le ancore dei loro mezzi da sbarco, con cui hanno adornato il campo,  suscitando grande curiosità tra i soldati afghani che non avevano mai visto un'ancora e che le hanno scambiate per armi misteriose! 
Ma i ragazzi dei lagunari da Venezia hanno anche portato quaderni, matite e altro materiale raccolto dall'Associazione Lagunari per essere distribuito nei villaggi durante le loro  pattuglie.

 26 dicembre 2010 - In colonna nel deserto  verso Bala Baluk - Foto di Giuseppe Lami
 

Lo scopo di questo massiccio trasferimento di uomini e mezzi da Farah a Bala Baluk era quello di rafforzare l'avamposto  per coadiuvare e proteggere un'unità dell'ANA (Afghanistan National Army)  in un'azione militare di clear, ossia di ripulitura di un villaggio dalla presenza di insorgenti di vario tipo come taliban, estorsori, taglieggiatori, trafficanti di armi e di droga con il loro codazzo di giannizzeri armati e di bombaroli.
Appena la colonna inizia a muovere da Farah arrivano dei warning dall'intelligence che segnalano la probabile presenza di IED lungo la Strada 517 e così la colonna si sposta su un percorso alternativo lungo il deserto, una strada virtuale, identificata solo dai GPS, chiamata convenzionalmente Federica. 
Immaginate decine di mezzi blindati e carri leggeri con al seguito camion con carburante, munizioni e vettovaglie che si spostano lungo il deserto in una zona ostile e adatta ad imboscate. Un trasferimento di oltre sei ore di fuoristrada vero nel caldo e poi nel freddo, con i ragazzi in ralla concentrati sul loro angolo di tiro, sempre esposti ad una polvere leggera e soffice come talco che entra dappertutto. 
Sono appesantito dal giubbetto antiproiettile e dall'elmetto e mi trovo legato come un  salame con la cintura a cinque punti ai piccoli seggiolini corazzati del Lince; cerco di non mostrare il disagio e la fatica ai giovani Lagunari che mi ospitano nel loro mezzo e che mi raccontano delle loro esperienze.  
Nel frattempo attraverso la radio criptata veniamo a sapere che lungo la Strada 517 il Genio ha trovato e disinnescato tre IED destinati alla nostra colonna, probabilmente scoperti dai Predator o dagli AMX mentre su un quarto è saltato un pick up dell'ANA, uccidendo gli occupanti; gli afghani sono meno scientifici di noi negli spostamenti.
Man mano che scendono le tenebre la tensione aumenta, si viaggia a fari spenti e tutte le manovre si svolgono con i visori notturni mentre l'abbigliamento che era troppo caldo per il giorno diventa insufficiente per il freddo notturno del deserto.
Finalmente arriviamo a Bala Baluk che chiamarla FOB sa di ironico;  in realtà è un piccolo avamposto per una compagnia di fanteria leggera, esposto ai tiri curvi degli insorgenti che infatti ciclicamente tirano qualche razzo, per fortuna senza una mira adeguata. I nostri possono rispondere solo se vedono fisicamente qualcuno che fa partire il razzo; subito prima o subito dopo quel tizio è un cittadino afghano per bene. Questa cavillosa e un po autolesionista procedura è parte integrante delle regole di ingaggio ed è governata da un caveat molto severo: infatti dopo un eventuale scambio di colpi i nostri soldati sono sottoposti alle domande e alle verifiche di una commissione di indagine e sino a poco tempo fa le armi ed i mezzi coinvolti venivano sequestrati dall'Autorità Giudiziaria di Roma! 
 
Bala Baluk è un insieme di piccole tende organizzate per accogliere circa 120 persone già in condizioni di disagio che, all'improvviso, ha visto raddoppiare la presenza di mezzi e uomini. 
Qui i rifornimenti arrivano con grandi pericoli a bordo di camion civili scortati dall'esercito o dalla polizia afghana che organizzano lunghi convogli e che, oltre al compito di protezione, dovrebbero vigilare per impedire le frequenti estorsioni che per gli insorgenti sono la più grande fonte di reddito e per il controllo delle quali si ammazzano tra di loro, nel più puro stile mafioso. 
A Bala Baluk era il periodo di Natale come nel resto del mondo, ma non c'era il pane, il caffè, il latte, la marmellata, i dolci, la birra ed il vino. Le razioni, per quanto cucinate benissimo dal capo cuoco della FOB, chiamato da tutti Bulldozer per la sua energia e determinazione, erano veramente scarne. 
 27 dicembre 2010 - Bala Baluk, il capo cuoco dell'avamposto è una certezza per i Lagunari che lo hanno affettuosamente appellato Bulldozer.

La temperatura, dai venti gradi del giorno, la notte calav vistosamente sotto lo zero. 
Una notte il riscaldamento campale della tenda in cui dormivo è andato i blocco, con un coraggio estremo mi sono alzato e, imbacuccato come un profugo, ho cercato di raggiungere i servizi igienici distanti duecento metri dalla tenda per scoprire poi che i rubinetti del container wc erano bloccati dal ghiaccio, la temperatura era -4.
Intirizzito dal freddo ho alzato lo sguardo al cielo, forse per imprecare, ed invece mi sono fermato, con il naso all'insù a guardare le stelle dell'Asia incredibilmente luminose ed enormi, le stesse di quel pastore di cui scrisse Leopardi...
Così alle tre di notte a metà strada tra la mia tenda ed il wc della FOB di Bala Baluk mi sono messo a recitare, sorridendo a me stesso: Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?  ...sarà forse un segno di una senilità precoce ma ho pensato che essere lì a Bala Baluk, in Afghanistan, a Natale, condividendo pericoli e disagi con i miei amici Lagunari fosse un privilegio!


Poi, quando l'operazione militare stava per incominciare e la tensione dei soldati era ormai pronta ad affrontarne i rischi è stata all'improvviso sospesa perché gli afghani tergiversavano; si parte, non si parte più, si parte domani... eravamo tutti delusi quando ci hanno comunicato che l'operazione era stata ufficialmente spiantata. 
Scusate la franchezza ma la mia delusione era più che comprensibile! Avevo percorso quasi 5 mila chilometri a bordo di aerei civili, C130, elicotteri e Lince per partecipare ad un'azione militare vera, azione abortita perché gli insorgenti si erano dileguati per non avere a che fare con le facce da bravi ragazzi dei nostri soldati, che sono proprio come quelli della porta accanto, solo un po più atletici e tonici e sempre sorridenti nonostante il peso dell'equipaggiamento, delle armi e della responsabilità  che la vita militare esige.
Ad Herat nei giorni successivi alcuni amici dei servizi (ma sembra lo abbia scritto anche wikileakes) mi hanno confidato che gli italiani vengono identificati dagli insorgenti con l'ovattato frullare dei motori e con il crepitio dei pneumatici sui sassi provocati dai Lince e, quando possono, se sentono questi suoni se la danno a gambe.
In quei giorni a Bala Baluk i Lince erano veramente molti e la notizia ha sicuramente oltrepassato i confini dell'avamposto...

27 dicembre 2010 - Una postazione difensiva dell'avamposto di Bala Baluk - Foto di Francesco Lami

Deluso per l'azione annullata incomincio così a gironzolare per il campo in attesa del rientro, affatto impressionato, come del resto i ragazzi della FOB,  dai warning che prevedono lanci di razzi M 107 contro il campo.
Mi metto a cercare Lagunari abruzzesi per proporre le loro interviste al TG3 Abruzzo, intervisto il cappellano casualmente seduto sotto un rosario di pallottole da 12,7 della Browning e poi  entro all'infermeria comandata dal tenente Colonnello Andrea Polo, veneto DOC, che mi offre caffè e biscotti con i quali, per quanto agnostico ed in ritardo, festeggio il  Natale. 
Mentre bevo il caffè rifletto sul fatto che se un medico della sua esperienza e del suo grado sta in questo piccolo avamposto vuol dire che ci deve essere una reale situazione di pericolo.
Poi accade qualcosa. 
Chiamano dal posto di guardia avanzato: è arrivato un ospite inaspettato.
Da lontano vediamo il comandante della forza di reazione rapida, che protegge il campo, che perquisisce due uomini barbuti con un bambino in braccio e poi li saluta amichevolmente: si conoscono.

28 dicembre 2010 - Amir, insieme al cognato, porta suo figlio Hamdullah all'infermeria di Bala Baluk - Foto di Francesco Lami
L'uomo più giovane si chiama Amir, qualche settimana fa ha compiuto un atto di coraggio per amore di suo figlio Hamdullah, creando allo stesso tempo scompiglio tra le fila degli insorgenti, presentandosi davanti ai varchi protetti della base.

Amir cercava di spiegare al corpo di guardia che suo figlio stava male, non camminava, aveva la febbre, non mangiava e mostrava allo stesso tempo il piedino destro del bambino deformato e totalmente devastato da una piaga purulenta.
Stava chiedendo aiuto, teso e con un leggero tremolio del corpo, sapeva che chiedere aiuto agli infedeli può provocare vendette e ritorsioni ma l'amore per il figlio, in questo luogo del mondo dove la vita può non valere nulla, è più forte della paura e del dogma. 


29 dicembre 2010 - Bala Baluk il ten. col Medico Andrea Polo ed il piccolo Hamdullah - Foto di Giuseppe Lami

Il comandante della base il Tenente Colonnello Puce capisce la valenza politica di quella visita che rappresenta un atto di affrancamento dal pregiudizio che il territorio, sotto il ricatto della vendetta degli insorgenti, ha nei confronti dei soldati ISAF.
Andrea Polo e i suoi ragazzi  rimangono colpiti da questo bimbo di circa 5 anni e dall'angoscia del padre, lui stesso malato  e denutrito, che per portarlo lì ha sicuramente superato dubbi e timori e chilometri di deserto, a piedi.

  
















29 dicembre 2010 - Hamdullah con il padre Amir mentre viene curato dal CM Zuccara'

Hamdullah  ha un sasso incistato nel piede ormai totalmente deformato, non si lamenta neppure più, è un fagottino senza forma che respira sempre più piano, se non si interviene subito in qualche modo ha ormai le ore contate. 
Quello che per un medico militare come Andrea Polo, con l'esperienza del veterano di decine di missioni nei luoghi più disgraziati del mondo, è un intervento di normale amministrazione si trasforma in un atto di amore che rapidamente dilaga per tutta la Seconda Compagnia del Reggimento Lagunari Serenissima di presidio all'apparente immenso nulla che circonda la FOB di Bala Baluk. I Lagunari che dormono in tenda  sotto cieli gelidi, che trascorrono le feste di Natale in armi, senza latte, dolci e caffè, lontano da tutto e da tutti adottano coralmente Amdullah. 
Il bambino viene curato e nutrito ed il padre incomincia a rispettare sempre con maggiore precisione gli appuntamenti per le cure successive. Il tenente colonnello Andrea Polo scopre che c'è un problema più grave, una massa tumorale spinge sul midollo spinale di Hamdullah che richiede così cure ed indagini cliniche superiori alle potenzialità del campo e dell'Afghanistan. 
Scatta un piano per trasferire Hamdullah in Italia ma in Afghanistan non esiste l'anagrafe, si devono superare molti problemi burocratici oltre a trovare i fondi necessarie per il viaggio del piccolo e del suo accompagnatore che dovrà stare in Italia per almeno sei mesi.
Il motto dei Lagunari canta Come scoglio infrango come onda travolgo e di fatto non si bloccano di fronte a nulla e da quel lembo di terra nel deserto afghano superano tutti i cavilli e gli ostacoli burocratici, si tassano, contattano altri Lagunari in Italia che a lor volta si mettono all'opera.
Domando ad un ragazzo campano che in questa storia ha avuto un ruolo, perché tutto questo impegno. Lui mi guarda incuriosito e poi mi risponde con un sottile sorriso: mica siamo Lagunari per caso!
Hamdullah sta ora meglio, sta per partire per l'Italia, Andrea Polo l'ufficiale medico di Bala Baluk che nella sua vita ne ha viste di tutti i colori gli ha dedicato una poesia, è convinto che ce la farà.
La storia di Hamdullah è tutta qui. 
Certo non cambierà le sorti dell'Afganistan ma ha segnato  tutti coloro che vi hanno avuto un ruolo, anche marginale, come il mio.
Spargendosi nel villaggio questa storia ha però creato un piccolo problema:  ogni giorno davanti ai varchi di Bala Baluk arriva qualcuno che vuole farsi visitare suscitando odio e rabbia tra gli insorgenti, perché se con le armi si vince la guerra, con la fiducia si conquista la pace.

Quando sono rientrato in Italia qualcuno mi ha domandato perché ho trascorso le feste di Natale e Capodanno in Afghanistan; a volte evado la risposta.
Per molti  è impossibile capire come una simile esperienza sia come una grazia, senza prezzo.

martedì 11 gennaio 2011

LA SANITA' A BALA MOURGHAB

La nostra amica e collega Anna Rolli di Agenzia Radicale tra Natale e Capodanno ha visitato Bala Mourghab al confine con il Turkmenistan, uno dei luoghi più caldi del RCW il territorio afghano sotto il controllo del contingente italiano e ci ha cortesemente inviato questo testo e le relative foto.


PARLIAMO DI CONDIZIONI SANITARIE DOPO TRENT’ANNI DI GUERRA
a cura di Anna Rolli
Presso il confine con il Turkmenistan nel nord-ovest dell'Afghanistan, nella valle di Bala Murghab, scorre un fiume lucente e verdazzurro, come invetriato nel terreno asciutto e polveroso. Il fiume chiamato Murghab si dirige verso nord ed è perenne, caratteristica quest’ultima di grande importanza in un paese estremamente arido. Non lontano dalle sue sponde sorgono  villaggi di etnia pashtun, con minoranze di tagiki, uzbeki e turcomanni. I più piccoli di poche centinaia di persone mentre  il più grande Bala Murghab  conta 10.000 abitanti ed ha nel centro un bazar ed un piccolo ospedale con due medici afgani che  si occupano di un bacino di utenza di circa 44.000 abitanti. L’ospedale è privo di camera operatoria, uno dei  medici parla inglese, gode fama di essere molto bravo e si occupa del reparto maschile, l’altro parla soltanto il dialetto locale, non si sa con certezza se sia un medico oppure una specie di curatore e si occupa del reparto femminile.  Un altro ospedale opera più a Sud, a due giorni di viaggio in autobus, nella cittadina di  Qala-i-Nau,  dove è situata anche  la banca più vicina.
Quanto detto potrebbe già dare l’idea della drammaticità della situazione.
Una mattina, con un convoglio militare, mi sono recata a visitare l’ospedale di Bala Murghab e ci ha accolti,  al colmo della sorpresa, il medico in camice bianco con il quale ho scambiato le prime battute in inglese nell’ingresso dove è collocato il reparto maschile. Subito, un po’ concitato, mi ha invitata a trasferirci nel reparto femminile. Sapevo bene che la mia presenza in quel luogo, tra tanti uomini barbuti, già di per se, rappresentava un sacrilegio, così, per puro divertimento, ho preso a tergiversare. “ Ma non sono una paziente” ho esclamato “ quindi possiamo parlare anche qui!”. Il medico insisteva e si  guardava attorno con aria disperata, ovunque ceffi e cipigli sotto scuri turbanti e di fronte una pazza occidentale, non solo senza velo ma, orrore supremo, in giubbotto antiproiettile ed elmetto, con al seguito tre giovani soldati armati di fucile mitragliatore e fuori un blindato in attesa. Era talmente evidente il suo totale smarrimento che presa da umana simpatia l’ho seguito docilmente.
 
In fondo ad un cortile affollato di figure velate d’azzurro e di bambini piangenti, una stanzetta gelida funge da ambulatorio. Lì ci siamo seduti, accanto al medico “ per le donne” in berretto bianco e  rosario di legno scuro tra le mani, e il medico “per gli uomini”   mi ha parlato a lungo con il suo tipico, monotono inglese orientale. Mi ha parlato della malaria che ricompare ogni anno con l’estate; del tifo, dell’epatite e della dissenteria, endemiche giacché non esiste un sistema fognario e acque e polvere portano i batteri dovunque; della mancanza di alberi  per centinaia e centinaia di chilometri per cui la gente è costretta per il fuoco ad utilizzare sterpaglia e poi arriva in ospedale con la brucellosi una terribile malattia trasmessa dalla carne non  cotta a sufficienza; dei reumatismi e delle artrosi in un territorio che in inverno raggiunge i 20 gradi sotto lo zero e dove non è possibile alcuna forma di riscaldamento.  Il medico mi ha spiegato che sono soltanto in due mentre ci sarebbe bisogno di almeno sei dottori e di una ventina di infermieri; infine mi ha pregato di ringraziare con tutto il cuore i nostri militari che curano i malati e che a volte con l’ aereo hanno trasportato quelli più gravi in ospedali lontani.

Nei pressi del villaggio di Bala Murghab, i militari della forza di pace, stanziati nell’avamposto militare omonimo,  si occupano dell'assistenza sanitaria secondo un  piano detto: MEDCAP. Gli americani oltre a mettere a disposizione la loro  sala operatoria forniscono  farmaci e attrezzature, gli italiani mandano personale medico e para-medico in tutti i luoghi più disagiati almeno una volta al mese. Per la gente infatti,  soprattutto d'inverno, con il ghiaccio e la neve, è molto difficile raggiungere l'ospedale. Senza strade, lungo sentieri appena tracciati, arrivano a piedi da luoghi lontani chilometri o decine di chilometri e a volte lo fanno trasportando i malati con una carriola.

Appena tornata  in base ho scoperto inoltre  che, alcuni mesi fa,  gli operatori sanitari italiani in gruppo* avevano richiesto, per iscritto,  il permesso di occuparsi  degli afghani malati e che il comandante, il colonnello Andrea Piovera, lo  aveva accordato volentieri mettendo a disposizione una tenda per l’ambulatorio.  Il giovane e gentile ufficiale medico, il tenente Trevisani mi ha detto  “ Noi siamo un settore particolare e se non diamo una mano noi chi può dare una mano?”.  Mi ha anche spiegato che i medici privati in Afganistan sono molto esosi  e che negli ospedali pubblici c’è molta corruzione, la gente povera quando non può ottiene cure nell'ospedale pubblico si rivolge agli italiani però, al fine di creare un clima di collaborazione con i medici dell'ospedale di Bala Murgham, si richiede ai malati di andare prima  da loro e nel caso di venire alla nostra base con una diagnosi  scritta in inglese. Mi ha anche spiegato che soltanto due anni fa la situazione qui era molto più difficile ma oramai si è stabilita una buona collaborazione con la popolazione locale e migliora giorno dopo giorno, per questo si tende a ridurre le MEDCAP e a sostituirle con  l’ addestramento degli operatori sanitari afgani che si mostrano molto volenterosi anche se poco preparati perché spesso non sono medici e quindi è necessario tentare d’insegnargli quanto più è possibile. Poi mi ha raccontato delle ferite che si infettano con estrema facilità e dei casi di cancrena e delle amputazioni praticate all’ospedale americano, e delle scarpe, una delle richieste più comuni,  soprattutto d'inverno, oltre a quella di costruire dei pozzi d'acqua,  e delle donne turcomanne che sono più libere e vengono a chiedere aiuto mentre le pashtun non escono quasi mai di casa, e dell’umanità di tanti poveri contadini che fanno di tutto per salvare i propri cari e piangono quando i medici li dichiarano fuori pericolo.
Mentre parlavamo è arrivato un bambino di sei  o sette anni accompagnato da un barbuto papà. Aveva vestiti poverissimi e luridi e il labbro inferiore enorme perché un  piccolo taglio sul mento si era infettato. Non ha pianto, non si è lamentano mentre lo disinfettavano e incerottavano, solo agitava le manine in silenzio,  alla fine ci ha guardato con occhi sgranati, ansiosi di ricevere le liquirizie e caramelle che, come ogni bambino locale ben sa, vengono regalate ai piccoli dai nostri soldati, infine  serio e composto si è seduto davanti alla tenda e ha iniziato a scartare e a sgranocchiare incurante della bocca malmessa, e il papà accanto a lui aspettava paziente e intanto con occhi di brace, sotto il logoro turbante, scrutava la scandalosa familiarità con cui uomini e donne occidentali osano lavorare insieme e poi trattarsi a pacche sulle spalle e a strette di mano e addirittura intrattenersi a ridere e a chiacchierare. 
 
Ho parlato a lungo anche con il luogotenente Giuseppe Di Lillo, che con altri è stato impiegato ad Herat, nella sede della PRT ( Provincial Reconstruction Team), dove gli italiani hanno lavorato notte e giorno, ben oltre l’orario di servizio, per smaltire le interminabili file di pazienti che si presentavano ogni mattina. Mi ha raccontato che a volte i familiari portano i malati dal medico quando è troppo tardi perché arrivano  a piedi da posti lontani, oppure non permettono alle donne di farsi visitare ma mandano dal medico un maschio della famiglia a riferire i sintomi e a chiedere un rimedio, così le donne arrivano in ospedale quando sono già in fin di vita. Mi ha raccontato della violenza sulle donne  che si presentano coperte di lividi sotto il chador ma anche di familiari  che trasportano i loro cari per chilometri e chilometri, ogni volta che è necessaria una medicazione. Mi ha parlato infine delle giovani donne con grappoli di bambini, devastate dalle gravidanze che arrivano chiedendo anticoncezionali ma i nostri operatori non sono autorizzati a distribuirli perché in Afghanistan non si parla di pianificazione familiare  da parte del governo.
In uno dei paesi più poveri, con uno dei tassi più alti di mortalità infantile e con un’attesa di vita tra le più basse nel mondo,  ci piacerebbe capire il perché e che cosa si stia aspettando. Quello che è certo è che il governo afghano attuale da, a molti osservatori, l’impressione di non preoccuparsi a sufficienza della condizione femminile, condizione che in questo paese devastato per tanti versi è davvero spaventosa.

*Ufficiale medico, tenente Marino Trevisani  di Taranto; luogotenente Giuseppe Di Lillo di Maddaloni, Caserta; caporal maggiore scelto Ugo Scognamiglio di Napoli; caporal maggiore Maria Nunzia Florio di Grazzanise, Caserta.




venerdì 7 gennaio 2011

GUERRA, BUGIE E VIDEOTAPE

Appena sceso dall'EH101 della Marina Militare sul quale sta per imbarcarsi il gen. Petraeus-Fotografia di Giuseppe Lami

Mi sono portato in Afghanistan la mia copia de Il Grande Gioco di Peter Hopkirk, uno dei libri fondamentali per capire l'Afghanistan-Pakistan e il perché 137 mila soldati in rappresentanza di 48 nazioni sono qui ormai da quasi 10 anni.
Il fotoreporter Giuseppe Lami con cui, insieme a Daniel Papagni e Mirko Polisano, ho condiviso la tenda nel freddo della FOB di Bala Baluk, vedendo i miei tentativi di leggerlo assistito da una pila piazzata sulla testa e con le mani che reggevano il libro protette dai guanti che affioravano appena dal sacco a pelo,  mi disse che l'aveva letto ed era un bellissimo libro.
Un libro è uno strumento fantastico per rafforzare un'amicizia, soprattutto in una tenda in una base avanzata, bersaglio agognato per i razzi degli insorgenti e così incominciammo a raccontarci delle nostre recenti esperienze di viaggio nei paesi della confusione islamica, io dello Swat e lui del Balocistan, vicinissimo alla nostra tenda, poco più a sud-sud ovest, in Iran.
Fuori c'erano alcuni gradi sottozero e un warning per un altro probabile lancio di razzi contro la nostra FOB tenuta dai lagunari del reggimento Serenissima,  poco più grande di un campo di calcio e protetta più dall'imperizia trigonometrica dei bombaroli che da altri sofisticati sistemi guerreschi.
Rientrati a Farah con un convoglio di Lince siamo ripartiti per Herat a bordo di un elicottero Cougar dell'esercito spagnolo.
Sotto di noi, attraverso i grandi portelloni aperti, si vedevano scorrere le immagini del deserto afghano descritto da Hopkirk.  Evidenti come incisioni i solchi delle carovaniere, che per millenni hanno costituito la via di congiunzione tra l'Oriente estremo e l'Occidente mediterraneo, erano l'unica forma di antropizzazione ma ormai inglobata nel paesaggio naturale. Gurdando questo paesaggio fantastico ho intercettato il disappunto di Giuseppe Lami mentre indicava con uno sguardo i mitraglieri spagnoli, più attenti a controllare noi che il terreno sottostante. Tutti gli spagnoli presenti in Afghanistan hanno infatti ricevuto ordini severissimi di vietare l'utilizzo di telecamere e macchine fotografiche a bordo dei loro mezzi così come l'ordine tassativo di evitare qualsiasi possibilità di contatto armato con gli insorgenti, anche per aiutare gli alleati: se qualcuno si mette a sparare, chiunque sia, gas al massimo e strategia di fuga!

Giuseppe Lami mentre si imbarca sul Cougar spagnolo-Foto di Daniel Papagni/Cybernaua
Del resto sapevamo benissimo da esperienze precedenti che non è possibile fotografare, filmare o intervistare un militare spagnolo, ma che impedissero pure di filmare il paesaggio ci ha fatto proprio ridere.
Il motivo di questa censura di tipo  franchista è molto chiaro: i soldati spagnoli sono in Afghanistan ma in Spagna non ne parla nessuno, per il governo  Zapatero l'Afghanistan è un problema degli altri perché non vuole alienarsi l'integralismo di sinistra che, in quanto a pregiudizi dogmatici e intolleranza per la democrazia,  potrebbe tranquillamente fare coppia con l'integralismo islamico.
In Afghanistan i militari spagnoli sono circa 1600 concentrati per la maggior parte a Camp Arena ad Herat dove ha il suo quartier generale il Regional Command West la cui leadership è affidata al Generale di Brigata italiano Marcello Bellacicco della Julia e da cui dipendono circa 7600 uomini tra italiani, americani, albanesi, lituani, croati e... spagnoli.
Gli spagnoli dovrebbero mentorizzare i militari afghani  per metterli in condizione di controllare l'area di Badghis dove, al confine con il Turkmenistan, gli insorgenti operano con violenta efficienza ed invece coprono un ruolo totalmente marginale per rispettare i strettissimi caveat imposti dal Governo Zapateros, che impedisce loro non solo di partecipare ad azioni militari in sostegno degli alleati o degli afghani ma di dare loro supporto anche se richiesto e necessario e di colloquiare con la stampa soprattutto se italiana!


Il Generale di Brigata Marcello Bellacicco Comandante del RCW- Foto Daniel Papagni/Cybernaua

 

Gli italiani pur con caveat abbastanza ristretti sono entrati in azione più volte per tirare fuori dagli impicci   afghani,  americani  e... spagnoli! Con gli statunitensi in particolare ci scambiamo continuamente assistenza, come abbiamo potuto constatare di persona volando con elicotteri americani senza alcuna restrizione o filmando il generale David Petraeus il giorno di Natale scendere dal suo C130 e raggiungere Bakwa a bordo di un EH 101 della Marina Militare dal quale ero appena sceso, insieme ai miei colleghi e a bordo del quale avevamo fotografato e ripreso praticamente tutto!
I militari americani infatti sono totalmente disponibili nei confronti dei media praticamente da sempre, perché godono dell'appoggio incondizionato del Governo e della Nazione ma anche perché sanno che la loro opinione pubblica giustifica un errore, anche grave, ma non una bugia e la comunicazione se correttamente gestita diventa un pilastro della democrazia.
In parte questo vale anche per l'Italia.
Le nostre Forze Armate in pochi anni sono diventate molto più disponibili ed aperte nei confronti della stampa e dell'informazione e non solo verso quella ufficiale dei grandi editori.  
Da quando è stata sospesa la leva i militari italiano hanno scoperto di godere dell'appoggio della nazione che, in un sondaggio, pone proprio le Forze Armate al primo posto tra le istituzioni per efficienza e credibilità. 
Però a volte accadono episodi che confermano che qualche cosa nei rapporti tra Politica e Forze Armate non funziona ancora bene, come dimostra il modo un po' maldestro con cui è stata trattata sotto vari aspetti la vicenda del Caporal Maggiore Matteo Miotto  a cui aggiungo un piccolo episodio marginale che mi è accaduto durante la visita del Presidente del Senato Schifani a Herat lo scorso 24 dicembre. 
La sbianchettatura della bandiera con l'effige sabauda - comunque architettata - è una cosa miserevole, roba da minculpop o kgb e comunque sintomo di un'acerba conoscenza della comunicazione e di un mal digerito senso della democrazia: solo gli insicuri ed i deboli hanno paura della storia, che non può essere cancellata per motivi di falso pudore o tanto meno da aspettative di carriera. Io non so se il Caporale Miotto fosse monarchico oppure se ha steso la bandiera in onore del nonno, che ha fatto la guerra quando c'era il Regno d'Italia e a cui in qualche modo indirizza la sua bellissima lettera. Probabilmente facendolo ha sbagliato - ma non ho ancora capito come e perché - ma chi l'ha cancellata con il suo sbianchettatore digitale è più pericoloso per la democrazia del reperto storico esposto con gioia e soddisfazione da Matteo e non certo per offendere la Repubblica a cui ha giurato fedeltà e che nel servirla ha perso la vita. 
Herat 1 gennaio 2011 - Gli Alpini della Julia portano il feretro di Matteo Miotto sul C130 diretto a Roma-Fotografia di Daniel Papagni/Cybernaua
Come è morto Matteo? All'inizio si diceva colpito da un cecchino, poi durante un combattimento... Queste mezze bugie hanno incominciato a correre ed ora già si sente dire che sia stato ammazzato da fuoco italiano, dagli aerei americani, che si sia suicidato che... che....che.
All'asilo del corso di comunicazione si impara subito che la confusione e la mancanza di chiarezza generano sfiducia e rifiuto e mettono in allarme sul fatto che una credibilità decennale costruita sul continuo rispetto della verità  possa essere distrutta da una mezza bugia malgestita.
Scrivere di queste cose mi da un certo fastidio e preferisco ricordarmi delle lacrime che ho trattenuto con fatica quando ho visto il corpo di Matteo avvolto nel tricolore mentre veniva scaricato a braccia dal Black Hawk perché quello è stato il momento importante di tutta questa brutta storia, con la nostra bandiera e quella della base a mezzasta e le facce dei militari presenti, gente dura, con numerose missioni sulle spalle, con i visi tirati dalle lacrime trattenute. 
Questa storia della mezza verità o mezza bugia ha aumentato il dolore di tutti, anche di coloro che pur non accettando la guerra hanno un grande rispetto per coloro che liberamente si fanno carico di incombenze gravose, a testa alta, consapevoli di correre il rischio di pagare con la vita la fedeltà alle istituzioni e ai valori in cui credono.
Nascondersi dietro un dito è un atto di vigliaccheria, lontano dal concetto di democrazia e libertà che un giovane può esprimere anche esponendo la bandiera del nonno perché noi siamo il frutto della nostra storia, nel bene e nel male, che ci piaccia o meno.
L'altro episodio, marginale ma significativo del modo con cui il potere gestisce la comunicazione è di pochi giorni prima. 
Il 24 dicembre è giunto a Herat  il Presidente del Senato Schifani con un seguito di giornalisti politici.  Ha fatto a braccio un discorso che io ho trovato sincero e privo di retorica, poi ha tenuto una conferenza con gli stessi giornalisti al seguito parlando di tutte altre cose, questo secondo uno stile molto italiano che non riesco a capire:  quando i nostri rappresentanti istituzionali vanno all'estero in visita ufficiale parlano sempre delle beghe politiche nostrane, forse perché credono di essere ancora al centro del mondo o per dare più importanza alle loro parole!

Dopo la conferenza il presidente Schifani ha pranzato alla mensa della nostra base di Herat, seduto al tavolo del comandante e mangiando il cibo dei soldati, così come abbiamo visto fare tante volte  in tv a Clinton, Bush, Obama, Blair...
Mi è piaciuto tutto questo e così mi sono avvicinato al tavolo e ho chiesto al Presidente se potevo riprendere la scena, a mio avviso molto democratica e sicuramente vincente sotto il profilo della comunicazione. Schifani ha accettato ma non ho potuto fare la ripresa né ho potuto spiegare il perché la volessi fare. 
E' intervenuto il porta voce del Presidente che, in modi molto gentili, mi ha detto non gradiva che io facessi quella ripresa...
(Antonello Tiracchia)
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